keynes

Pillole Keynesiane

“ Supponiamo che vi siano due paesi dove i fattori della produzione abbiano esattamente la stessa efficienza e che intrattengano relazioni commerciali e finanziarie simili quelle oggi esistenti, [......]. Si supponga che il partito degli alti salari ( qui Keynes intende aumento salariale a completo carico dell’imprenditore) raggiunga i suoi obbiettivi in un paese, ma non nell’altro.Ne consegue che il capitalista riceverà una più alta remunerazione del capitale investito nel paese con bassi salari. Di conseguenza preferirà investire i suoi capitali in quei paesi dove sono meglio remunerati. Ne consegue che il paese degli alti salari subirà una maggiore disoccupazione[......]. In conclusione le conseguenze di una estrema libertà dei mercati che viene concessa alla finanza che investe all’estero dove viene meglio retribuito l’investimento dei capitali, a causa di una diversità storica e socioeconomica mi a sempre turbato. “ Fino a che punto è legittimo investire in paesi con condizioni socioeconomiche diverse godendo dei vantaggi dei bassi salari, aumentando e migliorando gli utili delle nostre aziende Nazionali.”

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(continua…)

I dati nel supplemento al Bollettino statistico di Bankitalia.

La ricchezza delle famiglie italiane 2008

Il 10% più abbiente detiene il 44% delle risorse economiche.

La crisi impoverisce le famiglie ricchezza -1,9% in due anni L’investimento preferito rimane quello immobiliare: in media ogni nucleo
dispone di 196.000 euro di valore in abitazione, in totale 4.700 miliardi.

In due anni di crisi, tra il 2007 e il 2008, la ricchezza netta delle famiglie italiane è diminuita di circa l’1,9%. Ed è aumentata la concentrazione delle risorse economiche: il 10% più ricco ne detiene il 44%, mentre la metà più povera arriva appena al 10%.

Alla fine del 2008,  la ricchezza netta per famiglia ammontava complessivamente a circa 348 mila euro. A prezzi costanti si tratta di un calo del 6,5% (-3,5% a prezzi correnti), tale da riportare il dato sui livelli di inizio decennio. La ricchezza netta pro capite ammontava invece a circa 138 mila euro: a prezzi correnti è scesa del 2,6% sul 2007, a prezzi costanti del 5,6%.

Nel complesso, la somma delle attività reali e finanziarie al netto delle passività finanziarie risultava alla fine dell’anno scorso pari a circa 8.284 miliardi di euro. Il calo a prezzi correnti è pari all’1,9% (161 miliardi), come risultato di una rilevante riduzione delle attività finanziarie (-8,2%) e di un aumento delle passività ( 3%), mentre la dinamica delle attività reali è risultata positiva benché meno sostenuta (3%) di quella degli anni precedenti. A prezzi costanti, la riduzione della ricchezza complessiva rispetto al 2007 è risultata pari al 5% (circa 433 miliardi del 2008).
Secondo stime preliminari, nel primo semestre 2009, la ricchezza netta delle famiglie sarebbe rimasta sostanzialmente invariata.

Alla fine del 2008 le attività reali rappresentavano circa il 69% della ricchezza netta (5.715 miliardi), le attività finanziarie circa il 41% (3.374 miliardi) e le passività finanziarie circa il 10% (805 miliardi). “Rispetto ai precedenti anni”, si legge nel documento di via Nazionale, “la quota di ricchezza netta in attività reali è cresciuta, mentre quella detenuta in attività finanziarie ha subito una riduzione. La crescita della quota in passività finanziarie è stata lenta ma costante”, sebbene il livello resti ancora piuttosto basso nel confronto internazionale. L’ammontare di passività delle famiglie italiane è infatti pari al 74% contro il 100% di Germania e Francia, il 130% degli Stati Uniti, il 140% del Canada e il 180% del Regno Unito.

La forma di investimento preferito dagli italiani rimane quello immobiliare: alla fine del 2008 la ricchezza in abitazioni detenuta dalle famiglie ammontava a circa 4.700 miliardi, corrispondenti a circa 196 mila euro in media per famiglia. La crisi, tuttavia, si è fatta sentire anche sul mercato immobiliare che ha subito un rallentamento: la ricchezza in abitazioni, a prezzi correnti, è cresciuta tra il 2007 e il 2008 di circa il 2,8%, circa 127 miliardi, un valore inferiore al tasso medio annuo del periodo 1995-2007 (circa il 6,6%).

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Grafico nostra elaborazione su dati  istat pubblicati il 14/12/2009

Il valore aggiunto.

In economia il valore aggiunto (anche abbreviato VA), o plusvalore, è la misura dell’incremento di valore che si verifica nell’ambito della produzione e distribuzione di beni e servizi grazie all’intervento dei fattori produttivi: capitale e lavoro.

Talvolta si dà al risultato economico un significato più ampio, ossia quello di differenza tra il valore dei fattori produttivi, escluso il lavoro (quindi, materie prime, costi di produzione, rimanenze), e il valore dei prodotti finiti.

In tal caso, il risultato si scompone a sua volta in tre valori ulteriori: la remunerazione del capitale proprio, la remunerazione del lavoro, le imposte dovute al fisco. Secondo questa definizione il risultato economico coincide con il valore aggiunto, valore derivante dall’attività specifica degli agenti economici volta a combinare gli input in modo da ottenere un output di valore superiore.

L’Istat rende disponibili le serie storiche riferite a diverse misure di produttività per gli anni 1980-2008, riviste a partire dal 2005 per incorporare la revisione dei conti economici nazionali per gli anni 2005-2007 e la prima stima dell’anno 2008.

La metodologia di calcolo fa riferimento alle linee guida indicate nel Manuale per la misurazione della produttività pubblicato dall’OCSE.

In questo caso la misura di output adottata è il valore aggiunto, che viene utilizzato per stimare sia la produttività del lavoro sia la produttività totale dei fattori (PTF).

Il calcolo della PTF trova la sua giustificazione teorica all’interno della cosiddetta “contabilità della crescita”, la quale consente di scomporre la dinamica dell’offerta nei contributi derivanti dai fattori produttivi primari (lavoro e capitale) e dalla produttività totale dei fattori, che invece esprime una misura di efficienza nella combinazione dei fattori primari. Considerata la rilevanza economica di tali variabili, l’Istat diffonde anche le misure dei contributi dei fattori produttivi alla crescita del valore aggiunto e della produttività del lavoro.

Grafico nostra elaborazione su dati istat – Al III trimestre di ogni anno.

Approfondimenti.

Gli argomenti di Economia molto spesso vengono citati nelle trasmissioni televisive o sui giornali, ma magari con troppa superficialità si da per scontato che tutti ne conoscano l’esatto significato. Alcuni significati economici per non domandarsi cos’è

È morto oggi all’età di 94 anni, nella sua casa di Belmont in Massachusetts, il Nobel per l’economia, Paul Samuelson.

A dare l’annuncio del decesso, il Massachusetts Institute of Technology. Con i suoi studi, Samuelson ha contribuito a porre le basi della moderna economia ed ha ottenuto successo per i suoi lavori nell’applicare rigorosi metodi matematici per il bilanciamento della dinamica tra prezzi e domanda e offerta.

«Paul Samuelson ha trasformato ogni cosa che ha toccato: le basi teoretiche del suo campo di ricerca, le teorie economiche che ha insegnato in giro per il mondo, il carattere e la statura del suo dipartimento e le vite dei suoi colleghi e dei suoi studenti», ha commentato il presidente del Mit Susan Hockfield, in un comunicato.

Considerato uno dei padri dell’ economia moderna, Samuelson era stato il primo americano a conquistare il Nobel, nel 1970. Il presidente della Fed Ben Bernanke, un suo ex studente all’Mit di Boston, lo ricorda non solo come un insegnante di primissimo livello, ma anche come uno dei maggiori teorici del Novecento.

A lui dobbiamo, in particolare, il metodo della statica comparativa in economia, cioè basato sul principio della termodinamica: ogni sistema reagisce alle modifiche esterne minimizzandone l’impatto.

Tra i suoi discepoli spiccano grandi figure e premi Nobel come Franco Modigliani, Paul Krugman e Joseph Stiglitz. Era stato Samuelson a spiegare ai leader americani e del mondo intero le qualità della filosofia di John Maynard Keynes, ed uno dei suoi «alunni» era stato il presidente Usa John F. Kennedy, all’inizio degli anni sessanta. Le sue teorie neo-keynesiane sono tornate alla ribalta nel 2008, quando è iniziata una recessione mondiale senza precedenti dai tempi della Grande Depressione.

Bond, materie prime e news Quali le bolle nei mercati.

Il Sole24ore.com, senza alcuna pretesa di completezza, ha chiesto il parere di alcuni esperti .

JIM ROGERS: «Il rischio è sui titoli governativi Usa». MARC FABER: «L’oro, al netto dell’inflazione, non è sui massimi». ALESSANDRO FUGNOLI: «L’Asia, casa delle bolle, è meno pericolosa di qualche anno fa»

Jim Rogers, uno dei grandi investitori di Wall Street,

Dove le attuali bolle?
«L’eccesso di liquidità, immessa nel sistema per salvare i mercati – dice Jim Rogers, uno dei grandi investitori di Wall Street, raggiunto al telefono negli Usa -, può creare la bolla. Un pericolo che esiste nel mercato delle obbligazioni governative americane». Vale a dire? «Lì c’è una “new bubble”. A fronte di una montagna di debito emesso dal governo, e del possibile ritorno dell’inflazione, trovo assurdo che ci sia qualcuno disposto a comprare Treasury trentennali in dollari con interessi tra il 3 e il 6 per cento». I prezzi, insomma, sarebbero troppo alti e di conseguenza i loro yield troppo bassi. «Gli speculatori li hanno «messi nel mirino – dice Rogers- , mantenendo le quotazioni elevate. Quando, in realtà, valgono poco o niente». Prima o poi la bolla scoppierà, arriveranno le vendite «e i prezzi dei bond dovranno scendere». Con il rischio di lasciare il cerino in mano ai loro possessori.

Proprio giovedì scorso, la differenza tra i rendimenti del Treasury biennale e quello a 30 anni ha raggiunto i 368 basis point (3,68%), un gap che non si vedeva dal 1992. Secondo diversi operatori, sta accadendo che gli investitori cominciano a credere nella ripresa, seppure debole. Un’ipotesi che porta con sé un duplice corollario: possibile rialzo dei tassi, attualmente a zero, e ritorno dell’ inflazione. In questo caso, il rendimento offerto dall’attuale emissione trentennale è, in previsione, troppo basso. Giocoforza, si vendono i bond; le loro quotazioni scendono e il loro yield sale. L’analisi non coincide con quella di Rogers: ma il segnale di attenzione su bond governativi Usa, quello è identico.

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Obama cambia la strategia anti-crisi: i fondi per le banche destinati al lavoro.

Da aiuti alle banche a fondi per il rilancio del mercato del lavoro ancora sotto forte pressione.

Il presidente americano Barack Obama si preparerebbe ad annunciare – secondo indiscrezioni – un’inversione di rotta per il Tarp (Troubled Asset Relief Program): creato per salvare gli istituti di credito dalla crisi subprime, il piano da 700 miliardi di dollari varato dall’ex segretario al Tesoro Henry Paulson cambia ora obiettivo. Le risorse disponibili nell’ambito del progetto saranno probabilmente utilizzate per sostenere l’occupazione. E questo a dispetto di molti parlamentari ed economisti, convinti che i fondi risparmiati dovrebbero essere utilizzati per affrontare l’altro nodo che affligge l’economia americana: il debito.

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Approfondimenti:

Lavoro, oltre 40 milioni di posti a rischio in tutto il mondo

Bernanke fiacca gli entusiasmi sulla ripresa Usa e conferma: «Tassi bassi ancora a lungo»

Rapporto ILO del 07/12/2009 – file pdf pag.137 – Lingua Inglese

Fonte La Repubblica del 07/12/2009 Finanza e Mercati pag.14

Credito, in Italia non c’è stato ‘crunch’ ma alle imprese serve un sostegno diverso.

di Giovanni Ajassa (Responsabile del centro studi di BNL)

Il conto è semplice. Basta prendere il valore dei prestiti bancari alle società non finanziarie, dividerlo per l’ammontare del PIL annuale e moltiplicare per cento. Il risultato, che gli economisti chiamano “intensità creditizia”, ci dice quanti euro di credito alle imprese esistono ogni 100 euro di prodotto interno lordo della nazione. Agli albori della crisi finanziaria, alla metà del 2007, in Italia c’erano 51 euro di prestiti alle imprese per 100 euro di Pil. A settembre 2009 i 51 euro di metà 2007 sono diventati 57. E’ vero che il credito alle società non finanziarie ha decelerato, tanto da posizionarsi su una crescita annua intorno allo zero all’inizio dell’autunno. In alcune branche produttive è anche diminuito. Ma l’attività economica ha fatto decisamente peggio.

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La Questione se in Italia c’è il credit crunch o no è una diatriba che si è innescata fin dagli inizi di questa crisi.

L’ottimo Giovanni Ajassa che dirige il centro studi di BNL ( trovate il  link sulla barra destra del sito) fa una valutazione a mio parere troppo semplicistica, riprende in sostanza quello che è stato il documento di Novembre dell’ABI.

Nonostante io abbia stima del centro Studi di BNL tanto da consultare settimanalmente i loro Focus economici, che hanno il pregio della chiarezza e della semplicità, di conseguenza sono  alla portata di tutti. Questa volta però non sono assolutamente d’accordo con l’editoriale del direttore.

Purtroppo le statistiche sono come i polli di Trilussa ” se siamo in due e io mangio due polli, per la statistica abbiamo mangiato un pollo ciscuno”, da qui il fatto che bisognerebbe andare oltre un dato puramente quantitativo.

Da una parte è vero: il PIL è calato,di conseguenza in condizioni normali deve calare anche il prestito alle imprese sopratutto quello erogato per finanziare i flussi di cassa. Va detto però , che sul montante dei prestiti bancari le PMI sono quelle che di più hanno sempre subito una certa stretta creditizia da parte delle banche. Ora per via della crisi in atto e altri fattori strutturali propi dell’Italia che vedremo in seguito le PMI stanno subendo una stretta creditizia non sostenibile. Non bisognerebbe mai dimenticare che: le PMI sono quelle aziende che più di ogni altro mantegono e reintegrano l’occupazione locale nei confronti della grande industria che disloca e licenzia .

Il dato sulla stretta creditizia è confermato dall’organismo per eccellenza del sistema bancario, la Banca D’Italia, che nel suo bollettino economico n.59 di ottobre  2009 a pag.30 produce questo grafico:

Come si può vedere l’indice di indebitamento verso le banche è calato per tutto il settore produttivo, ma le PMI avevano chiesto meno denaro alle banche negli anni precedenti alla crisi.

L’indice cala fino a zero, segno evidente di una forte stagnazione delle cotrattazioni. Insomma le banche si sono limitate a gestire il corrente quando attirittura non hanno chiesto i rientri delle posizioni a vista.

Inoltre, dal grafico fornito con l’articolo di Repubblica, emege che il nostro sistema produttivo è il più indebitato verso il sistema bancario rispetto a quello di Germania e Francia, con una forchetta di diversi punti percentuale. Ma il grafico della Banca D’Italia evidenzia: che questo non dipende dalle PMI, come si vede la linea del debito delle PMI è essenzialmente stazionaria dal 2002 fino a metà 2007; E questo la dice lunga in un paese il cui sistema produttivo è fatto essenzialmente di PMI.

Inoltre non andrebbe mai dimenticato, che l’Italia è l’unico paese in Europa una parte di pagamento anticipato sulle tasse, è un paese dove la gestione del saldo i.v.a. con l’erario a tempi lunghi, inoltre l’Italia è un paese in cui la Pubblica Amministrazione a tempi biblici di pagamento. Questi sono tutti fattori che sottraggono risorse di denaro liquido alle imprese,obbligandole, a ricorrere al sistema bancario per finanziare i flussi di cassa necessari alla produzione. Le PMI sono state quelle che maggiormente hanno investito per far fronte alla competizione imposta dalla globalizzazione, ora che la produzione è calata, rischiano di non avere liquidità sufficente per far fronte agli impegni economici presi in precedenza.

La nostra struttura produttiva fatta di PMI, è stata riconosciuta da tutti gli adetti ai lavori come il settore più dinamico della produttivita, un settore imprenditoriale che mantiene l’occupazione locale per i motivi sopra scritti. Mi sembra di poter affermare: che lasciare morire questo settore produttivo per carenza di credito sia un grosso errore come sistema paese. Sopratutto dopo che le banche sono state salvate grazie alle massiccie operazioni di politica monetaria non convenzionale (soldi pubblici e quindi di tutti noi). Di conseguenza: non solo è un atto ingiusto, ma è soprattutto delterio. Si rischia una volta  finita la crisi, di ritrovarci con il settore industriale più dinamico che abbiamo completamente decimato. Un settore produttivo che difficilmente potrà essere ricostruito in tempi brevi.

Bisogna che chi fa politica economica in questo paese ricordi ai banchieri: che la funzione storica delle banche è quella di essere di supporto alla crescita del sistema economico e non viceversa.

Approfondimenti:

Prestiti alle imprese in calo. Confindustria: è credit crunch

Fonte dati il sole24ore del05/11/2004 – pag.4

I problemi cronici dell’Italia non sono certo svaniti con la crisi economica.

Siamo nelle medie UE solo e soltando perchè gli altri si sono ammalati un pò più di noi. Ora bisognerà vedere quando la malattia sarà sparita come si riassesterà il sitema economico e produttivo dei vari paesi.

La CIG per ora sta attenuato il tasso di disoccupazione che comunque è aumentato dal 2007 a ottobre 2009 dell’1,50% ( leggi post in merito).

La situazione e a dir poco esplosiva sotto due fattori :

- non è pensabile che con un PIL in calo che comporta anche minori entrate fiscali si possono mantenere ammortizzatori sociali sufficenti per tutti,

- La CIg in deroga, segnala che la piccola e media impresa artigiana è stato segnato dalla crisi, di solito è questo comparto sociale che fino ad oggi ha fatto da inglomatore agli esuberi che venivano dalla riorganizzazioine della grande industria.

Riporto di seguito, per non dimenticare i buoni consigli, l’articolo che il grande economista P.S.Labini scrisse su Repubblica nel 2004. Da leggere sul solito tema anche l’articolo dell’economista Michele Salvati “Dal miracolo al declino. Un’economia malata di scarsa concorrenza”

Fonte: L’ Ossimoro.it

Il rilancio svanito dell´impresa nazionale

di PAOLO SYLOS LABINI

Luciano Gallino ha tracciato un quadro che ha fatto accapponare la pelle anche a me, che di professione sono critico e pessimista sul nostro paese; egli parla addirittura di “scomparsa dell´Italia industriale”, che è appunto il titolo del suo ultimo libro.

(continua…)

Fonte dati il sole24ore. del 05/12/2009 – pag.5

Usa, la disoccupazione cala al 10 per cento su base annua.

Fonte: ilsole24ore.it

Frena l’emorragia di occupati negli Stati Uniti, ma una mano decisiva la danno i lavoratori con in tasca un contratto a termine. Le nude cifre dicono, in ogni caso, che a novembre sono andati persi “soltanto” 11mila posti di lavoro e che il tasso di disoccupazione è migliorato al 10% dal 10,2% del mese precedente.

Si tratta del miglior dato dal dicembre 2007, quando erano stati creati 120mila posti di lavoro. Da allora i posti disponibili si sono assottigliati di mese in mese, ininterrottamente, fino a determinare il superamento storico della soglia dei 7,2 milioni di disoccupati, top in più di un quarto di secolo.

Tornando al dato congiunturale di novembre, comunicato dal Dipartimento del lavoro degli Stati Uniti, non si può mettere in secondo piano che manifatturiero ed edilizia, i settori più martoriati dalla crisi accusano ancora un calo significativo. La frenata dell’emorragia occupazionale, piuttosto, si accompagna all’aumento del numero dei lavoratori temporanei con un rialzo di 52mila unità a novembre, il più consistente da ottobre 2004.

In effetti l’industria ha perso 41 mila posti, l’edilizia 27 mila, i servizi alla produzione 58 mila.

Bene, invece, i servizi professionali che mostrano un aumento di 87 mila posti, mentre l’istruzione e la sanità registrano un incremento di 40 mila unità.

Ragionando sui numeri la statistica è comunque nettamente migliore del previsto:

Va sottolineato che, inoltre, è stato rivisto in meglio il dato di ottobre, con 111mila posti di lavoro persi contro i 190mila comunicati in precedenza. In particolare, le revisioni dei dati di settembre e ottobre mostrano che sono stati cancellati 159mila posti in meno rispetto a quanto comunicato in precedenza.

Fonte dati il sole24ore. del 05/12/2009 – pag.5

Approfondimenti:

U.S. Bureau of Labor Statistics – file pdf pag.n.30 in lingua inglese

U.S. Produttivita e costi – file pdf pag.n.12 in lingua inglese

Grafico nostra elaborazione su dati Istat.

Istat, a ottobre i disoccupati oltre quota due milioni

La disoccupazione schizza a livelli record, con il numero dei senza lavoro che a ottobre, per la prima volta dal marzo del 2004, sfonda la soglia dei 2 milioni.

A ottobre – comunica l’Istat – il tasso di disoccupazione è salito all’8% dal 7,8% di settembre (più un punto percentuale rispetto allo stesso mese dell’anno scorso), raggiungendo il valore massimo dal novembre del 2004. Il numero delle persone in cerca di lavoro è quindi 2.004.000, in aumento del 2% (+39mila persone) rispetto a settembre e del 13,4% (+236mila) su base annua.

Il tasso di disoccupazione giovanile – aggiunge l’istituto di statistica – a ottobre è aumentato al 26,9% dal 26,2% di settembre, con una crescita del 4,5 punti percentuali rispetto a ottobre dell’anno scorso.

I dati non tengono conto della Cassa Integrazione spesso anticamera della disoccupazione.

La risposta del ministro Scaiola sui dati ISTAT che riguardano la disoccupazione.

Per il ministro dello Sviluppo economico «iIl dato sulla disoccupazione di ottobre reso noto oggi dall’Istat è comunque molto meglio della media europea e degli altri Paesi»: così ha detto a margine di un convegno a Roma.«È la crisi economica che si trasferisce sulla disoccupazione», ha aggiunto Scajola. Comunque, ha concluso il ministro, «teniamo meglio noi».

In Germania, il tasso grezzo di disoccupazione si é attestato a novembre al 7,6% della popolazione attiva contro il 7,7% del mese precedente.
Lo rende noto l’ufficio del Lavoro. I dati destagionalizzati mostrano un calo dei disoccupati di 7mila unità a 3,422 milioni, con un tasso di disoccupazione dell’8,1%.

Approfondimenti:

Nota Mensile ISTAT

La crisi è finita. E i disoccupati? di Massimo Giannini

Entra in vigore il Trattato di Lisbona.

Il Trattato di Lisbona, firmato il 13 dicembre 2007 dai 27 capi di stato e di governo degli stati membri dell’Unione, entra in vigore domani 1° dicembre 2009.

Modificherà i due trattati fondamentali dell’Unione, vale a dire il Trattato sull’Unione Europea e il Trattato che istituisce la Comunità Europea, quest’ultimo d’ora in avanti denominato «Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea».

Sito dell’unione Europea dove si può scaricare il trattato

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