Crisi: Il Montezemolo pensiero

Italia Futura e il voto 2013.Un cantiere riformista

Estratto della Lettera pubblicata sul Corriere della Sera

“Ridurre la pressione fiscale tagliando la spesa pubblica è la priorità fondamentale, la prima condizione per qualsiasi credibile progetto per l’Italia. Riteniamo che questo sia il modo per tornare a giocare in attacco, rimettendo in circolo energie e risorse per la crescita. Pensiamo che lo Stato, oggi debole ma pervasivo, debba ridurre radicalmente il perimetro della propria presenza, dismettendo e tagliando tutto ciò che non rientra nelle sue funzioni fondamentali, per consentire all’iniziativa individuale di rimettere in moto il Paese. Abbiamo fatto in questo senso tante proposte concrete.”

A questa dichiarazione di Montezemolo,facciamo rispondere a Innocenzo Cipolletta ex Direttore Generale di Confindustria.

Scusa Luca forse ti sei confuso se riduci la spesa crei disoccupazione, dal punto di vista macroeconomico non esiste la spesa “inutile”, una spesa “inutile” come la chiami tu, crea comunque buste paga e chi ha una busta paga spende.

MA ALLORA TU COSA MI VUOI DIRE, CHE LO STATO CHE COSTRUISCE OSPEDALI NEL DESERTO INDEBITANDOSI FA BENE….Ma no Luca non ti arrabbiare tu stai confondendo la qualità delle voci di spesa con la massa monetaria della spesa. La qualità della spesa è fondamentale per indirizzare le risorse al soddisfacimento delle necessità, ma ciò non vuol dire che si debba ridurre la massa monetaria della spesa. BISOGNA SPENDERE MEGLIO, MA SPENDERE PER CREARE OCCUPAZIONE.

Questa precisazione è stata fatta a Rdio24 da I.Cipolletta a un giornalista che ragionava come Montezemolo, e Cipolleta non è certo un bolscevico.

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Crisi:Una società che funziona

Una società che funziona.
Comunità, organizzazioni, sistema politico: una guida per comprendere il mondo contemporaneo.

Autore: Peter F. Drucker
Anno: 2003
Pagine: 240
Editore: FrancoAngeli

“Quello che appresi e mai più ho dimenticato è che sono necessarie sia una comunità nella quale l’individuo ha uno status sociale, sia una società nella quale l’individuo ha una funzione sociale.” Peter Drucker

Una guida per comprendere il mondo contemporaneo alla luce della storia socio-economica e politica. Una grande lezione del maestro dei maestri degli imprenditori, dirigenti e professional.
“Peter Drucker è un’illuminazione, per la chiarezza del suo pensiero e del suo modo di scrivere. In questo libro dimostra chiaramente che politica, economia, società e management sono meglio capiti insieme, non separatamente” (B. Emmott, editor, The Economist ).
Peter Drucker è conosciuto soprattutto come uno dei maggiori scrittori di management ma il management non è stato né il primo né il suo principale interesse. I suoi interessi primari sono la comunità, in cui l’individuo ha status , e la società, in cui l’individuo ha funzione. È indubbio, per la complessità delle variabili in gioco e la difficoltà di definire scenari, che la considerazione del contesto in cui viviamo e delle sue possibili future evoluzioni sia oggi essenziale per decidere le strategie comportamentali di ciascuno di noi.
Questo libro presenta un quadro completo del pensiero di Drucker su comunità, società e struttura politica e costituisce non solo l’introduzione ideale alle sue idee su come costruire una società che funzioni ma anche uno strumento utilissimo per una riflessione sulle scelte che ognuno di noi deve fare.
Il volume è diviso in sette parti. Inizia con un’analisi delle basi su cui si fonda la società moderna, a partire dalla rivoluzione francese. Passa quindi a considerare come mai dall’illuminismo e dal liberalismo si è così spesso giunti a regimi totalitari. Approfondisce poi i mali dello Stato, aggravati dal passaggio dallo Stato nazionale al Megastato. Analizza il nuovo pluralismo e la società delle organizzazioni e approfondisce i nuovi ruoli della grande impresa come istituzione sociale e politica. Introduce, quindi, la nuova visione del mondo, con il passaggio dal capitalismo alla knowledge society e dall’informazione alla comunicazione. Conclude infine dando un quadro particolarmente approfondito della prossima società.
Un testo da non perdere, da cui – qualsiasi siano le vostre idee – potrete ricavare stimoli, insegnamenti, considerazioni utili per il vostro futuro.

Indice

  • Introduzione. Comunità, società, sistema politico
  • Ringraziamenti
  • Prologo. Una società che funziona
  • Le basi (Introduzione; Da Rousseau a Hitler; La controrivoluzione conservatrice del 1776; Un approccio conservatore)
  • Le origini del totalitarismo (Introduzione; Il ritorno dei demoni; Il fallimento del marxismo)
  • I mali dello Stato(Introduzione; Dallo Stato nazionale al Megastato; I mali dello Stato; Non più salvezza dalla società)
  • Il nuovo pluralismo (Introduzione; Il nuovo pluralismo; Verso una teoria delle organizzazioni; La società delle organizzazioni)
  • La grande impresa come istituzione sociale (Introduzione; Il governo della grande impresa;La grande impresa come istituzione sociale; La grande impresa come istituzione politica)
  • La knowledge society (Introduzione; La nuova visione del mondo; Dal capitalismo alla knowledge society; La produttività del knowledge worker; Dalle informazioni alla comunicazione)
  • La prossima società (Introduzione; La prossima società).

il suo dirigente è ancora attuale?

L’economista americano è stato importante soprattutto per due sue invenzioni, l’una correlata all’altra: l’Mbo,cioè il Management by objectives,la guida per obiettivi,e la missione etica del manager. L’Mbo fu (ed è) il metodo attraverso il quale definire e misurare i processi che devono condurre a una corretta definizione e controllabilità della crescita economica di un’azienda. La missione etica del manager è lo strumento operativo che avrebbe consentito la corretta applicazione dell’Mbo. “La grande azienda non esiste per amore dei suoi dipendenti” ma come nello stesso tempo chieda ai suoi membri massima responsabilità e senso di appartenenza; in altri termini non dà ma chiede “amore”. La responsabilità e l’appartenenza sono infatti le condizioni profonde dell’ esserci per qualcuno e/o per qualcosa.
“Adesso sappiamo che la fonte della ricchezza è qualcosa di specificamente umano:la conoscenza.Se applichiamo la conoscenza a mansioni che già sappiamo svolgere la chiamiamo produttività.Se applichiamo la conoscenza a compiti che sono nuovi e diversi, la chiamiamo innovazione.Soltanto la conoscenza ci permette di realizzare questi due scopi.

“In un’economia fondata sulla conoscenza, nella quale l’abilità consiste nel sapere le cose e dove la tecnologia e la situazione contingente cambiano estremamente in fretta, l’unica certezza che possiamo avere per mantenere il nostro posto di lavoro è la capacità di imparare in fretta ”

“il management è una pratica, esattamente come la medicina o il diritto. Il mondo accademico non può contribuire nel dire qualcosa di interessante sul management senza averne pratica”.

Peter Ferdinand Drucker (1909-2005) è stato autore di fama mondiale per le sue opere sulle teorie manageriali, ha svolto consulenza in tutto il mondo, per imprese di ogni dimensione, per enti governativi e organizzazioni no profit. Negli USA, trentenne, pubblica il suo primo libro: “The end of economic man: the origin of totalitarism” che diventa una delle letture preferite di Wiston Churchill. E’ il primo di 38 libri (tradotti in 37 lingue) e i suoi scritti sono apparsi sulle più celebri pubblicazioni economiche, come The Economist, The Wall Street Journal e Harvard Business Review. Ha insegnato Politica e Filosofia al Bennington College e poi, per oltre vent’anni, è stato docente di Management alla Graduate Business School di New York. Nel 1971 è Clarke Professor of Social Science alla Claremont Graduate School, in California.Il 9 luglio 2002 Peter Drucker è stato insignito dal presidente statunitense George W. Bush della Medaglia presidenziale della libertà.

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Crisi: Al G8 viene “bocciata” la politica della Merkel

Fonte: BNL Focus n.20 del 18 maggio 2012
In Italia a marzo la produzione industriale è scesa su base annua per il settimo mese consecutivo. Per trovare un periodo così lungo di flessione occorre tornare indietro al periodo peggiore della crisi, quando i mesi consecutivi di calo furono venti. Nel tessile, chimica e legno, carta e stampa la produzione industriale registra variazioni annue negative da 15 mesi. A marzo la produzione industriale è risultata in calo anche in Spagna (-7,5%), Francia (-1,2%), Irlanda e Paesi Bassi (-3,2 e -3,5% rispettivamente), mentre in Germania è salita dell’1,4% a/a, un dato superiore alle attese.

L’industria in Italia è il comparto che a partire dall’avvio della scorsa recessione ha contribuito in modo più consistente al calo dell’occupazione complessiva:333.300 dei 443mila posti di lavoro persi tra il II trimestre 2008 e il IV 2011. Come conseguenza, il peso dell’industria sul totale degli occupati è sceso, arrivando al 20,4%. In generale, posto pari a 100 il valore dell’indice destagionalizzato della produzione di aprile 2008 (mese cui può esser fatto risalire l’avvio della precedente recessione), a marzo 2012 nessun settore risultava aver recuperato tale livello, neanche la farmaceutica e l’alimentare,che pure nel corso del periodo peggiore della crisi 2008-2009 avevano tenuto i livelli produttivi. Il valore più basso si registra nella fabbricazione di mezzi di trasporto e di apparecchi elettrici, che presentano un ritardo di 35 punti percentuali circa. Molto lontana dai livelli pre-crisi risulta anche la produzione di materie plastiche, metalli e minerali non metalliferi.

La capacità dell’industria tedesca di recuperare il livelli produttivi precedenti la recessione del 2008-2009 in un tempo relativamente breve affonda le radici lontano nel tempo e vede nella qualificazione dell’istruzione dei giovani un tassello fondamentale. All’indomani dell’unificazione, durante la peggiore recessione del dopoguerra, e con 500mila posti di lavoro persi l’industria tedesca ha esternalizzato alcune produzioni verso l’Est Europa alla ricerca di un minore costo del lavoro, ma soprattutto ha colto l’occasione per una riforma complessiva delle relazioni industriali che ha visto nella qualificazione dell’istruzione dei giovani un tassello fondamentale.

La Germania mantiene oggi pressoché inalterata la sua quota sulla produzione industriale della Ue-27 rispetto a dieci anni fa (21%), una prima posizione cui seguono a distanza Francia (15,4%, dato relativo al 2010) e Italia (12,2%, in flessione dal 13,6% del 2001). Nell’area euro questi tre paesi realizzano il 66% della produzione complessiva, con la Germania da sola a coprire il 28,4%.

Riflessione.
Con i dati che ho riportato sopra estratti dal focus di BNL e integrati con  grafici di post precedenti,sembrerebbe del tutto logico che la Germania chieda il rigore dei bilanci pubblici e mantenga una posizione conservatrice di fronte a una crisi che non sembra in effetti interessarla.

Va detto, che il miracolo teutonico è frutto di una svalutazione monetaria mascherata dell’euro accompagnata da un eccessivo  sfruttamento della forza lavoro,il 5,4% dell’occupazione tedesca è sottoccupata (vedi tabella) un dato nettamente superiore alle maggiori economie della UE. A questo punto è ovvio che quello che va bene per la Germania non va certamente bene per le altre economie industrializzate all’interno della UE.Mentre sono chiare,anche se non condivisibili le politiche della Merkel, cominciano a deliniarsi le politiche di Hollande che non intende sottoporre i lavoratori Francesi alle purghe liberiste, non è invece altrettanto chiaro cosa voglia fare il governo Italiano composto da economisti da lavagna, l’entusiasmo per l’incarico al Prof. Monti ha portato il PD a perdere la bussola della politica-economica approvando con una maggioranza bulgara la modifica costituzionale per l’approvazione del fiscal compact che di fatto è “l’uccisione di keynes”. Salvo poi chiedere al G8 “che dal calcolo del debito non siano computate le spese per gli investimenti e le emergenze”. Cosi come emerge contraddittorio rispetto all’agire e al sostegno politico al governo l’articolo sull’Unità di Stefano Fassina responsabile economia e lavoro del PD. Nel vortice dell’insostenibile leggerezza dell’agire della politica Italiana che “uccide” keynes,salvo poi urlare per volerlo “resuscitare” subito dopo al fine di risolvere i nostri problemi reali (che non sono quelli della Germania).

A noi cittadini visto quello che sta succedendo in Europa,di fronte all’indifferenza di banchieri e professori, non ci resta che chiedere di andare al voto democratico per chiedere con forza che la politica attui  al più presto quelle riforme necessarie e non più rinviabili per l’integrazione dell’Europea dei popoli. A tal riguardo è necessario la modifica dello statuto della BCE che deve avere i soliti obbiettivi della Federal Reserve, il cui compito è: quello di vigilare sull’inflazione, sull’occupazione e può intervenire direttamente sul mercato primario per l’acquisto dei titoli di Stato andati invenduti. L’intervento sul mercato primario per l’acquisto dei titoli di Stato invenduti da parte di una banca centrale,assolve al compito di mantenere basso il tasso di interesse da pagare sui titoli, evitando l’eccessiva speculazione finanziaria. Col tempo comunque andranno eliminate anche tutte quelle divergenze che impediscono all’Europa di essere un’area valutaria ottimale.

PS: Il Prof.Giacomo Vaciago sul sole24ore in un articolo dal titolo “La produttività non il debito è il vero frenoha scritto:Avere all’Eliseo qualcuno che crede alla necessità della crescita, e che anche a tal fine valuta il ruolo dell’euro, è una novità da salutare in modo molto positivo. Perché ci aiuta a uscire dall’alternativa infruttuosa in cui ci eravamo cacciati tra “austerità virtuosa” alla tedesca e spesa-pubblica-inutile alla Keynes. Dall’autunno scorso, con Draghi a Francoforte e poi con Monti a Roma, si è fatta strada una terza via: intermedia tra il pessimismo keynesiano e l’ottimismo dei classici; secondo la quale una credibile “disciplina” (il “fiscal compact” come insieme di regole, prima ancora dei suoi contenuti) riduce il costo di quel minimo di austerità che la crisi – proprio perché causata da un debito (privato e/o pubblico) eccessivo – comunque impone. E la crescita può e deve essere sicuramente ottenuta, con le appropriate politiche, giocate più dal lato dell’offerta (da rendere più efficiente) che da quello della domanda. È evidente che in questo caso il Keynes evocato è più quello della “trappola della liquidità ” che quello che propone di scavare buche inutili pur di ridurre la disoccupazione. È una terza via di grande buon senso. L’austerità sia praticata riducendo gli sprechi e non aumentando le tasse sui fattori produttivi (lavoro e capitale). E la crescita sia perseguita stimolando la realizzazione di infrastrutture utili e una innovazione che aumenta l’efficienza e quindi la competitività. Di grande buon senso, a parole, che non a caso ben figura nei discorsi di Draghi prima in Banca d’Italia e oggi a Francoforte. Ma non per questo facile da realizzare politicamente a Roma, ancor prima che a Parigi e a Berlino.”

Ci dispiace per il Prof.Vaciago docente di economia politica all’Università Cattolica di Milano, ma non esiste nessuna terza via intermedia visto che è proprio di buon senso che parla keynes nel capitolo VI della TG la dove: il riempir bottiglie di banconote da dover sotterrare in miniere esaurite, da dare in concessione mediante gara pubblica era auspicabile solo se la burocrazia bloccava investimenti utili alla collettività.In effetti aggiunge keynes “sarebbe più auspicabile costruire case o cose simili”.E’ infantile attribuire a keynes concetti a cui keynes non ha mai pensato. La spiegazione mediante paradossi estremi per combattere il male del secolo la disoccupazione involontaria è e rimane un paradosso,come quello di M.Friedman che affermava: nei casi di stagnazione economica e con tassi uguali allo zero,per evitare la recessione bisogna “regalare $ all’angolo delle strade” o quella di B.Bernanke che invece li “getta con l’elicottero”. NESSUNA PERSONA ONESTA INTELLETTUALMENTE PRENDE SUL SERIO QUESTI PARADOSSI CHE SONO STATI UTILIZZATI COME MESSAGGIO PER INDICARE IL PROBLEMA ECONOMICO.

E’ pietoso il fatto: che i liberisti non prendano atto che sono le loro idee ad averci portato dritti dritti in questa crisi globale, e guarda caso,per risolverla si inventano terze vie finora inesistenti per loro, segno evidente che parlano di keynes senza mai averlo letto.

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Spread:Per i mercati fra Monti e Berlusconi non c’è differenza!

Sul fronte obbligazionario lo spread Btp/bund è in rialzo a quota 439 punti e sul mercato secondario il rendimento dei Btp decennali viaggia al 5,8%. Nuovo minimo storico per il bund a 10 anni: 1,41%. La Spagna ha raccolto 2,49 miliardi di euro con l’emissione di titoli di stato triennali e quadriennali. Il Tesoro ha fatto il pieno riuscendo a collocare l’ammontare massimo previsto di titoli governativi ma, a causa del deterioramento del rischio paese, i tassi offerti sono dovuti salire. Lo spread bonos/bund è ora a 485 punti e il rendimento del decennale al 6,26%. Secondo i guru dell’economia il problema è il debito pubblico, peccato per loro che il debito pubblico Giapponese che è al 225% è li ha dimostrare l’infondatezza delle loro tesi, di fatto nonostante che il rapporto debito/PIL sia stratosferico il Giappone paga meno della Germania per collocare il suo debito sul mercato. Come mai?
E chi lo sà! Una volta si sarebbe detto:lo stato ha una banca centrale che stampa moneta per suo conto,di conseguenza, se ha un debito nella propria valuta non può fallire perchè rimborsa sempre i suoi creditori. Nessun ente privato può detenere denaro in quantità superiore ad una banca centrale (in teoria, deve finire la carta o l’inchiostro per far smettere di stampare moneta a una banca centrale.). Ma erano altri tempi, poi è nato lo spread,le agenzie di rating sono passate a dare giudizi di merito creditizio dai privati agli stati. Ora è un’altra epoca,si chiama progresso,le banche fanno ottimi affari e i cittadini rimangono disoccupati e nel loro interesse i governanti gli obbligano a fare l’austerity che fa “bene” alla crescita; in quanto:è un atto di privazione e ristrettezze personali,ma che fa bene al risanamento dei conti pubblici. Tradotto: Lo spread drena denaro dagli stati agli speculatori privati,è una tassa occulta imposta ai cittadini che devono pagare i debiti dello stato.Uno che non è più in grado di difendere l’interesse pubblico dalla speculazione finanziaria.E PER FORTUNA CHE MONTI C’E'!
MA IL MERCATO E’ INDIVIDUALISTA….. E SI SA’ FIN DAI TEMPI DI A. SMITH CHE E’ EGOISTA,DI CONSEGUENZA SE NE FREGA DEL PROF. MONTI E DELLE SUE PREDICHE INUTILI.

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Barroso: L’Europa è come un club.Chi non rispetta le regole è fuori.

Barroso: se la Grecia non rispetta i patti è fuori dall’euro.

Se la Grecia «non rispetta le regole, è meglio che se ne vada» dall’euro. È l’avvertimento lanciato dal presidente della Commissione europea, Josè Manuel Durao Barroso, in un’intervista a Sky Tg24. «Io ho molto rispetto per la democrazia greca e anche per il parlamento greco, ma devo anche rispettare gli altri 16 parlamenti nazionali che hanno approvato il programma per la Grecia, quindi è ovvio che tutti devono rispettare gli accordi – ha affermato il presidente dell’esecutivo di Bruxelles – E se gli accordi non sono rispettati vuol dire che non esistono più le condizioni per continuare con un paese che non rispetta gli impegni». Alla domanda se la Grecia a questo punto rischi davvero di uscire dall’eurozona, Barroso ha risposto: «Guardi è come in un club, non voglio parlare di un paese specifico, ma è come in un club, se un membro non rispetta le regole è meglio che se ne vada dal club e questo vale per qualsiasi organizzazione, per qualsiasi istituzione, per qualsiasi progetto».

10 maggio 2012

Fonte: Il sole24ore.it

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MA BARROSO CHE FA? A COSA SERVE?
L’euro cosi è solo una trappola! non crea nessuna competitività di sistema e produce una disoccupazione di massa che no accenna a riprendersi. Barroso afferma che l’Europa è come un club e chi non rispetta le regole deve uscire. Strano perchè nei club si rinnova la tessera anno per anno e se uno non la rinnova arrivederci e tante grazie, ma sopratutto uno si associa a un club perchè prevede di trarne una qualche soddisfazione.Quali soddisfazioni da L’Europa ai propri membri? L’Europa unifica le culture o li distrugge?

Forse le risposte si possono avere da Ida Magli che intervistata da Barbara Palombelli a 24° minuti su Rai due,Afferma che L’Euro distrugge i popoli Europei e che gli economisti che ci stanno guidando sono dei fondamentalisti privi di cultura politica.
MA SOPRATUTTO BARROSO DOVREBBE FARE GLI INTERESSI DELLA MAGGIORANZA DELLE NAZIONI DELL’EUROZONA E DIRE CHE E’ UN CLUB A L’UNICA NAZIONE (LA GERMANIA) CHE DA SOLA VORREBBE DETTARE LE REGOLE PER TUTTI. PERCHE’ NON ESCE LA GERMANIA DAL CLUB?

LA LEZIONE DI E.DURKHEIM.

E.Durkheim in uno dei suoi studi più famosi che riguarda il suicidio (Il suicidio. Studio di sociologia – 1897): pur sembrando in apparenza un atto soggettivo, imputabile a incurabile infelicità personale Durkheim mostra come ci possano essere dei fattori sociali che esercitano un’influenza determinante al riguardo, soprattutto ciò che egli chiama anomia, rottura degli equilibri della società e sconvolgimento dei suoi valori.
Il suicidio anomico, tipico delle società moderne, sembra collegare il tasso dei suicidi con il ciclo economico: il numero dei suicidi aumenta nei periodi di sovrabbondanza come in quelli di depressione economica.
Il potere coercitivo del fatto sociale si esprime in norme, consuetudini, idee collettive, etc.
Il concetto di anomia significa letteralmente “assenza o mancanza di norme”. Il termine deriva dal greco ‘ ‘a-’ (senza) e ‘nomos’ (norma).
Come è noto, le norme sono necessarie e funzionali alla regolazione del comportamento sociale di individui o collettività,una società dove esiste a livello collettivo la regola della responsabilità sociale,che istituzionalizza comportamenti e norme di tipo inclusivo o protettive,genera quelli anticorpi necessari per combattere il suicidio anomico.

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Crisi:L’uomo dimenticato

L’uomo dimenticato a cui non si pensa mai …….. che non fa appello alle emozioni e non eccita i sentimenti. Ma è capace di gesti estremi e apparentemente assurdi, come quello di mettere fine al dono più grande che la natura gli ha concesso “vivere il suo tempo”.

Il sociologo ed economista americano, William Graham Sumner (1840-1910) scrisse un breve saggio dal titolo L’uomo dimenticato.

Chi era, anzi chi è, costui? «L’uomo dimenticato osservava Sumner è il lavoratore semplice e onesto, disposto a guadagnarsi da vivere con un lavoro produttivo. Viene trascurato perché è indipendente, autosufficiente e non chiede favori.Lavora, vota, di solito prega, ma sempre paga …….”, si tratta quindi dell’uomo comune, medio, il tipico alacre ed affidabile “Signor nessuno”, che non appartiene a nessun gruppo di pressione e non è neppure rimarchevole in quanto portatore di un qualche particolare ed evidente bisogno sociale, quello chiamato attraverso il sistema fiscale a finanziare sempre le varie iniziative politiche ed economiche che, per lo più sembrano andare soprattutto a beneficio di “Altri”».
Nel 1932, la definizione dell’”Uomo dimenticato” fu modificata per un discorso di Roosevelt, nel quale l’aspirante presidente asseriva di volersi interessare “… dell’uomo dimenticato, al fondo della piramide economica …” e da lì mutò completamente di significato andando a indicare l’indigente, colui al quale sarebbero stati indirizzati i programmi di aiuti governativi.

L’UOMO DIMENTICATO NELLA CRISI ATTUALE.

Ecco. Anche oggi è l’uomo dimenticato la prima vittima della crisi economica. È facile individuarne la figura nelle tragiche storie di queste settimane, nei drammatici appelli di chi rinuncia al bene più prezioso piuttosto che annunciare ai propri dipendenti la fine di una collaborazione. È facile scorgerne la sagoma in quei piccoli artigiani scioccati per il no a un mini finanziamento che avrebbe ridato loro più speranze dell’ossigeno.L’uomo dimenticato non ha mai fatto il furbo. Ha pagato debiti e tasse senza mai alzare la voce, salvo gettare la spugna quando si è ritrovato assediato nell’angolo.
L’uomo dimenticato scriveva Sumner è così. Lavora, vota, generalmente prega, ma soprattutto paga sempre. Non vuole cariche e non dà problemi. Eppure senza l’uomo dimenticato non ci sarebbe ricchezza, visto che la ricchezza proviene soltanto dalla produzione e la produzione è figlia del lavoro di tutti gli uomini dimenticati.
Ora. Fino a quando un Paese continuerà ad abusare della pazienza dell’uomo dimenticato?
Fino a quando potrà pensare di scongiurare il disastro per le prossime generazioni, seguitando a colpire la laboriosità degli uomini comuni che trascinano il carro di tutti?
La spinta propulsiva alla produzione, attitudine che non si impara a scuola, ma solo dall’esempio di certi uomini soli e dimenticati. Ma l’uomo dimenticato, cioè l’uomo che lavora, non può resistere in eterno, a meno che non dovesse decidere pure lui di passare nel campo dei vagabondi, dei furbetti e dei figli di buona donna. Tutto congiura contro di lui: dallo spirito del tempo, che antepone i desideri ai doveri, alla pedagogia di Stato che penalizza chi lavora e chi produce. Per non parlare del retro-pensiero della politica: che ha creato quel mostro che si chiama Equitalia un’agenzia di recupero crediti alle direttive dell’agenzia delle Entrate in un sistema dalle mille leggi, interpretazioni e pareri, dove nemmeno il ministro dell’economia potrebbe “essere in regola” ad un controllo del fisco che dirige .
La verità è che l’uomo dimenticato per il sistema è il bancomat, da cui attingere moneta a più non posso. Salvo poi dimenticarsi di pagargli quanto dovuto. Va così nell’indifferenza di tutti. Fino a quando, non si sa.
Persino Keynes, nel 1938, consigliò al Presidente Roosevelt di nazionalizzare definitivamente i servizi pubblici oppure di lasciare in pace le aziende del settore: ma comunque di smetterla con attacchi periodici e politicizzati.

Restrizione del credito

Fonte Banca D’Italia

La restrizione,che ha interessato sia i criteri di concessione dei finanziamenti alle famiglie sia, in particolare, quelli per il credito alle imprese, si è riflessa in un aumento dei margini e in una riduzione degli importi erogati; il forte inasprimento delle condizioni di accesso al credito è confermato dalle indagini condotte presso le imprese negli ultimi mesi del 2011. Informazioni più recenti hanno tuttavia mostrato una tendenza al miglioramento. Secondo l’indagine trimestrale Banca d’Italia-Il Sole 24 Ore, la percentuale netta di imprese che indicano maggiori difficoltà di finanziamento che aveva raggiunto in dicembre il 47,7 per cento, un valore superiore a quello registrato alla fine del 2008 nella fase più acuta della crisi – è scesa in marzo al 30,2 per cento, mostrando una marcata attenuazione dell’irrigidimento.Indicazioni analoghe provengono anche dall’indagine mensile condotta dall’Istat.

L’assurdità economica del patto di stabilità.

La situazione riguardo ai pagamenti proposti alle imprese per i lavori pubblici, è diventata insostenibile. Per quanto riguarda il 2012, nonostante le rassicurazioni del governo, manca ancora i pagamenti di opere già terminate. Dal 2011 le gare hanno scadenze ormai oltre i 2-3 anni. E con simili tempi le imprese si trovano in deficit di liquidità per pagare i propri fornitori e dipendenti, e sono costrette a rivolgersi alle banche che, nonostante si tratti di crediti da enti pubblici, sono sempre più restie ad anticipare risorse. Le Costruzioni stanno vivendo una delle peggiori crisi degli ultimi decenni. Il settore privato (sia nelle nuove costruzioni sia nelle ristrutturazioni) è pressoché fermo e le imprese si indirizzano sempre di più nel settore degli appalti pubblici, che però ha visto ridurre sensibilmente la quantità di lavori per effetto delle restrizioni della finanza pubblica. I sindaci e gli amministratori degli enti locali affermano che nelle casse pubbliche degli stessi ci sono risorse sufficienti per pagare buona parte dei debiti certi ed esigibili nei confronti dei fornitori. MA IL PATTO DI STABILITA’ IMPEDISCE DI FATTO IL PAGAMENTO DEI DEBITI CONTRATTI. Insomma siamo all’assurdo e all’irrazionale, non si attinge al risparmio per pagare i propri debiti. Oltre ad essere un brutto esempio di etica della responsabilità commerciale, di fatto l’imposizione del patto di stabilità AMMAZZA IL SISTEMA ECONOMICO ED E’ IN CONTRASTO CON LA LEGGE SUGLI APPALTI PUBBLICI CHE OBBLIGA LA P.A. A PAGARE I PROPRI FORNITORI ENTRO 30 GIORNI DAL MANDATO DI PAGAMENTO.

Giulio Sapelli, dichiarazioni rilasciate alla trasmissione “In Onda” del 15 aprile su “La7”. Eminente economista keynesiano e docente universitario, il professor Sapelli stronca la politica del rigore, denunciando il falso problema del debito pubblico).

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Approfondimenti:

Bollettino Economico Banca D’Italia n.68  

Paper - L’uomo dimenticato di William Graham Sumner (1840-1910)

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PS: Questo scritto non è una critica ai dipendenti di Equitalia,dell’agenzia delle Entrate o dello Stato a vario titolo, vuole essere solo un critica ai politici che sono sempre in eterno ritardo rispetto agli eventi che dovrebbe governare.

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Il voto Greco e Francese in tempo di crisi

Rilevazione del 07/05/2012 ore.9,57

Di sicuro in tempi di crisi il governo che è in carica viene travolto dai suoi cittadini, che cercano nel cambiamento la soluzione politica ai problemi di carattere economico e di ristrettezze che ogni crisi di tipo finanziario scarica sulla maggioranza della popolazione. In questo senso il voto Greco è sicuramente più interessante di quello Francese, è la prova di quello che può succedere quando si fa l’interesse ad ogni costo del cosiddetto “mercato”, è impensabile che un paese possa pagare il 21,24% di tasso di interesse sui titoli a 10 anni.

Ripeto la mia sensazione è che ci sia un drenaggio di risorse dagli stati nazionali a enti privati internazionali.

Esiste una  una evidenza chiara in merito,le maggiori banche Americane e i maggiori gestori di fondi nonostante la crisi fanno utili e vanno a gonfie vele. Di questo sembra essersene accorto anche il governatore della BCE M.Draghi che parla apertamente di un problema che si chiama “sistema bancario ombra”. (Cosa dite? ne avete già sentito parlare….certo è quello dei mutui sub-prime i famosi titoli spazzatura quotati con tripla “A” certificata dalle agenzie di rating. Come! avete sentito parlare anche di loro….certo sono le solite che declassano gli stati dando giudizi di solvibilità sul debito pubblico. Cosa dici! “il mondo ha perso il lume della ragione” si è vero ma non è certo una novità).

Keynes scrisseLe conseguenze economiche della pace” mettendo in evidenza l’idiozia dei politici che pensavano di poter far pagare ai popoli più di quanto i popoli potessero sostenere economicamente.

Un Passaggio del pamphlet di Keynes.

«Una politica che riducesse la Germania in servitù per una generazione, o che degradasse milioni di esseri umani, o che privasse di gioia un intero popolo, sarebbe da rifuggire e con paure:da rifuggire e con paura anche se fosse attuabile, anche se ci facesse più ricchi, anche se non preparasse il crollo di tutta la civiltà europea. Vi è chi predica in nome della Giustizia. Nei grandi momenti della storia, quando più complessi appaiono i fati delle nazioni, non è così semplice distribuire la Giustizia. Ed anche se lo fosse, nulla autorizza gli stati, né la morale religiosa né quella naturale, a far ricadere sui figli dei nemici gli errori dei loro genitori o dei loro capi».

Se esiste una possibilità di frantumare l’Europa, ad attivare questo evento sarà la rivolta dei popoli affamati (la politica che manifesta il suo interesse e che non è da confondere con la partitocrazia).

Anche questa è storia,e il lascito di keynes ne è la prova empirica.

E’ una pazzia pensare che l’austerity  sia la ricetta giusta di politica economica da attuare per risolvere la crisi della disoccupazione di massa. Immettendo tasse sempre meno sostenibili da famiglie e imprese,si va nella direzione opposta! Di questo sembra che se ne sia accorto anche il Prof. Monti visto che propone all’Europa “un suo piano”  Via dal calcolo investimenti e rimborsi“.

Ma guarda un pò! per alimentare la domanda Mister Monti ha bisogno “dell’estetica” dei bilanci…..Gli investimenti, come intervento diretto dello stato per stimolare la domanda, se non vengono conteggiati nel bilancio sono investimenti sani e in linea con i più elementari principi economici di tipo keynesiano.

A chi scrive, fa sicuramente piacere che un liberista come il Prof. Monti abbia capito che contro il buon senso non si può andare. L’unica cosa che dispiace è che per fare emergere questo buon senso,si siano dovuti immolare al suicidio decine di persone e migliaia di persone stanno ancora subendo le purghe liberiste,antisociali e fraternicide.

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Fonte in estratto dal sito dell’editore: ” Le conseguenze economiche della pace” di J.M.Keynes

RISVOLTO
«Anche in queste ultime, angosciose settimane ho continuato a sperare che trovaste un modo qualunque per fare del trattato un documento giusto e realistico. Ma ora è troppo tardi, evidentemente. La battaglia è perduta». Il 7 giugno del 1919, con queste parole, John Maynard Keynes comunica a Lloyd George le proprie dimissioni dall’incarico di rappresentante del Tesoro alla Conferenza di Versailles. Poco dopo parte alla volta di Charleston, nel Sussex, apparentemente per un periodo di vacanza, in realtà per scrivere, in due mesi scarsi, un libro destinato ad avere vaste conseguenze: questo. Keynes non aveva mai sottoscritto la convinzione dei vincitori di avere combattuto, secondo la celebre formula di Wilson, la «guerra che avrebbe posto fine a ogni guerra»; e si era opposto invano alla miopia di Clemen- ceau, Lloyd George e dello stesso Wilson, distanti in tutto, ma concordi nel ridurre i problemi del dopoguerra a un mero fatto di «frontiere e sovranità». Prima ancora, era certo che le durissime riparazioni imposte alla Germania avrebbero portato il continente, nel giro di due o tre decenni, a un secondo conflitto – e, come scriveva alla madre già in una lettera del 1917, alla «scomparsa dell’ordine sociale come lo abbiamo fin qui conosciuto». (….)

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