Crisi: I problemi di ieri, saranno una zavorra per una ripresa solida domani

Fonte dati il sole24ore del05/11/2004 – pag.4

I problemi cronici dell’Italia non sono certo svaniti con la crisi economica.

Siamo nelle medie UE solo e soltando perchè gli altri si sono ammalati un pò più di noi. Ora bisognerà vedere quando la malattia sarà sparita come si riassesterà il sitema economico e produttivo dei vari paesi.

La CIG per ora sta attenuato il tasso di disoccupazione che comunque è aumentato dal 2007 a ottobre 2009 dell’1,50% ( leggi post in merito).

La situazione e a dir poco esplosiva sotto due fattori :

– non è pensabile che con un PIL in calo che comporta anche minori entrate fiscali si possono mantenere ammortizzatori sociali sufficenti per tutti,

– La CIg in deroga, segnala che la piccola e media impresa artigiana è stato segnato dalla crisi, di solito è questo comparto sociale che fino ad oggi ha fatto da inglomatore agli esuberi che venivano dalla riorganizzazioine della grande industria.

Riporto di seguito, per non dimenticare i buoni consigli, l’articolo che il grande economista P.S.Labini scrisse su Repubblica nel 2004. Da leggere sul solito tema anche l’articolo dell’economista Michele Salvati “Dal miracolo al declino. Un’economia malata di scarsa concorrenza”

Fonte: L’ Ossimoro.it

Il rilancio svanito dell´impresa nazionale

di PAOLO SYLOS LABINI

Luciano Gallino ha tracciato un quadro che ha fatto accapponare la pelle anche a me, che di professione sono critico e pessimista sul nostro paese; egli parla addirittura di “scomparsa dell´Italia industriale”, che è appunto il titolo del suo ultimo libro.

Gallino, è vero, allude alla crisi progressiva delle grandi imprese e mette in evidenza il peso elevato e crescente delle piccole imprese; la sua tesi, però, è che le grandi imprese hanno una capacità di promuovere la ricerca e di sostenere la concorrenza internazionale che le piccole imprese non hanno; e pone in risalto il regresso che l´industria italiana ha subito in campi innovativi in cui in passato aveva il primato; uno dopo l´altro abbiamo abbandonato a imprese straniere quasi tutti i primati.

Il quadro di Gallino purtroppo è realistico; fortunatamente è incompleto: non tutta l´industria italiana è in crisi, alcuni importanti settori sono in netta crescita, anche se resta vero che il problema centrale è quello delle microimprese (meno di 10 addetti).

Gli effetti della crisi internazionale vanno distinti da quelli della crisi nazionale, imputabili all´attuale governo. La congiuntura estera ha giocato, ma più ancora ha giocato la strategia avviata col nefasto documento economico-finanziario del 2001, in cui Tremonti pose come riferimento per il Pil l´ipotesi-obiettivo del 3,1%. Io ed altri economisti mettemmo in evidenza “a caldo” che quell´ipotesi-obiettivo non era raggiungibile per la congiuntura internazionale.

L´ottimismo di Tremonti non era un errore: mirava a rendere plausibili le mirabolanti promesse del “contratto con gl´Italiani” del Cavaliere: tasse, pensioni, grandi opere e così via, giacché fra crescita del Pil e crescita dell´entrate fiscali c´è proporzionalità. Il Pil è poi cresciuto d´una cifra prossima allo zero e le grandi promesse sono rimaste nelle parole. Ma Tremonti, per non sconfessare se stesso ed il suo capo ha rivisto in basso con colpevole lentezza l´ipotesi-obiettivo senza cambiare la scala delle priorità, la quale in un paese civile doveva salvaguardare in ogni modo i grandi obiettivi: scuola – incluse Università e ricerca – sanità e stato sociale. Le critiche timide non sono capite: Tremonti ha gravi responsabilità per il dissesto dei conti pubblici coi suoi colpi di genio di finanza creativa e le sue misure per il trionfo dell´evasione fiscale.

Per evitare le alterazioni della congiuntura in corso, esaminiamo i trend che risultano dai due ultimi censimenti, quelli del 1991 e del 2001.

Osserviamo due gruppi di industrie, uno in declino, l´altro in espansione. Nel primo che include le industrie tradizionali – tessile, alimentari, calzature – l´occupazione è scesa da un milione e mezzo a un milione e 250mila lavoratori, nel secondo – meccanica, macchine elettriche, strumenti di precisione, gomma e plastica – l´occupazione è salita da un milione e 800mila a 2 milioni. La più importante industria in declino è la tessile, la principale industria in espansione è la meccanica, che fornisce il 40% delle esportazioni industriali. Dobbiamo alla meccanica se il declino industriale nel nostro paese non ha assunto le proporzioni di una catastrofe.

La meccanica si suddivide in una varietà di sottosettori, molti dei quali si trovano nella meccanica strumentale, che sono caratterizzati da un´intensa attività brevettuale. In un settore si è profilata un´importante innovazione, fondata su una combinazione fra macchine e apparecchiature elettroniche – la “meccatronica” – , che appare molto promettente. Nel gennaio 2001 io e altri studiosi, economisti e tecnici, consegnammo al ministro per l´Industria del governo di centrosinistra una breve memoria in cui mettevamo in evidenza la grande importanza potenziale dell´innovazione. Più volte ho suggerito di creare di un “polo binario” Nord Sud: il Nord dovrebbe fornire la capacità imprenditoriale e organizzativa, il Sud altri elementi di capacità imprenditoriale e la capacità di ricerca, facendo leva sull´Università di Catania, già collegata con la St Microelectronics di Pistorio, e sull´Università di Cosenza, dove opera un agguerrito gruppo di docenti e di ricercatori. Il Sud non va concepito come un problema separato e una tale iniziativa congiunta avrebbe il valore di un segnale.

Fra quelle europee l´industria italiana è la più colpita dal declino, ma neanche le industrie degli altri paesi stanno bene. Per bloccare il declino e promuovere il rilancio economico e civile dell´Europa occorre rilanciare vigorosamente la ricerca finanziando il rilancio – la proposta è di Jean-Paul Fitoussi – con un grande prestito europeo.

Il rilancio della ricerca dovrebbe essere accompagnato da una riforma dei distretti capace di valorizzare tutti gli elementi che hanno dato buona prova nei diversi paesi. Qui l´Italia ha esperienze positive, che potrebbero essere potenziate se si stabilisse la regola che ogni distretto dovrebbe disporre di un centro di ricerca adatto alle industrie dell´area e di uno “sportello unico” cui le imprese potrebbero delegare tutti gli adempimenti burocratici e fiscali. Il rilancio dovrebbe coinvolgere i sindacati (vedi l´accordo con Ciampi del 1993) e riguardare, non solo la ricerca applicata, ma tutti e tre i livelli: ricerca libera, di base e applicata, fissando, nell´assegnazione dei fondi, regole sulla base del merito, eliminando ogni interferenza burocratica e politica.
Nell´ambito della ricerca applicata in ciascun paese occorrerebbe dare la priorità alle industrie che in ciascun paese corrispondono alle specifiche “vocazioni”, In Italia i naturali candidati si trovano in certi sottosettori della meccanica e, a detta di uno dei massimi esperti, Marco Vitale, nel “software”.

Uno dei fattori di crisi delle industrie europee è costituito dalla flessione delle esportazioni, alla cui origine troviamo la svalutazione del dollaro rispetto all´euro. Le esportazioni italiane sono andate anche peggio delle altre perché nella concorrenza internazionale non gioca solo il prezzo, giocano anche la qualità e il tipo di beni – nei beni tecnologicamente nuovi siamo particolarmente deboli. I prezzi hanno il ruolo preminente nel caso dei prodotti tradizionali, che sono standardizzati. Per le altre due categorie i prezzi sono rilevanti, ma contano di più le prestazioni, che sono giudicate dagli utilizzatori. La difesa contro la concorrenza sempre più incalzante della Cina non sta nella protezione doganale, sta nei nuovi beni.

Perché il governo Berlusconi non ha fatto nulla per avviare il “polo binario” e la “meccatronica”? Ad altri la risposta sembrerà difficile, a me pare ovvia: perché non rientrava nel vero programma del Cavaliere, che lo ha attuato con una disciplina di ferro, imponendosi anche sugli scudieri recalcitranti: evitare la galera, salvaguardare le televisioni, tutelare la “roba” e sfasciare la Costituzione per blindare il suo potere. Il resto era silenzio. Quanto al rilancio della ricerca vien perfino da sorridere a proporlo.

Ma che cosa glie ne può importare a Berlusconi e alla Moratti, che con la cultura non hanno nulla in comune.

Dobbiamo operare per i tempi lunghi: quelli immediati sono cupi. Il quadro dell´industria oggi è variegato, ma l´economia nel suo complesso ristagna da ben tre anni!

la Repubblica – 4 maggio 2004

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