Come si esce dalla crisi di: Alberto Berrini

Autore: Alberto Berrini – Editore: Bollati Boringhieri – Prezzo € 10.00 – Data : 2009Pagine. 113

Come si esce dalla crisi di: Alberto Berrini

La crisi finanziaria è in rapida evoluzione o, meglio, in rapida involuzione. Banche centrali di ispirazione diversa decidono di agire di concerto, per poi scoprire di avere inciso ben poco. “Piani” e interventi di salvataggio si susseguono, cambiando, in corso di attuazione, dimensioni e filosofia.

Si naviga a vista, cercando di affrontare al meglio ogni singola tempesta che si incontra sulla propria rotta, peraltro tutt’altro che definita.

Nel frattempo l’impatto della crisi finanziaria sull’economia reale si fa ogni giorno più preoccupante.

L’insostenibilità sociale del liberismo era purtroppo nota.

Quella economica ci ha sicuramente sorpreso, quanto meno per la sua gravità. Il pesante deterioramento dell’economia ci offre l’occasione per ridiscutere l’odierno modello di sviluppo ed evidenziarne le contraddizioni.

Un capitalismo più equo, ambientalmente sostenibile e meno instabile è sicuramente possibile. L’abbiamo chiamato “capitalismo associativo”, intendendo con questo una “riforma dal basso” che scommette sulla “società” come protagonista fondamentale in quanto soggetto in grado di produrre ma anche di ridistribuire ricchezza.

Per quanto riguarda l’ambito finanziario, non si tratta solo di “regolare” la finanza. L’obiettivo più impegnativo e lungimirante è quello di “democratizzare” la finanza, che è la via maestra da seguire per riformare il capitalismo.

L’Autore:
Alberto Berrini è laureato in Discipline economiche e sociali all’università Bocconi, dove ha svolto attività di ricerca nel dipartimento di Economia Politica nell’ambito della macroeconomia. E’ consulente economico per la Fiba Cisl nazionale. Ha pubblicato Soci o salariati? (Ed. San Paolo, 2006) e Le crisi finanziarie e il “Derivatus paradoxus” (Ed. Monti, 2008). Collabora a varie riviste, tra le quali “Valori” di Banca Etica.

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Come si esce della crisi? L’interrogativo è stato al centro dei lavori del Consiglio Confederale della CDLS nel pomeriggio di venerdì 6 marzo, dove è intervenuto Alberto Berrini, economista e ricercatore dell’Università

“L’origine principale dell’attuale instabilità dell’economia mondiale – ha osservato Berrini – risiede nello squilibrio tra finanza ed economia reale, squilibrio iniziato negli anni ’80, e che attende ancora una risposta. Le crisi finanziarie sono oramai parte integrante, e non accidentale, del nostro modello di sviluppo, dunque ‘democratizzare’ la finanza per riformare il capitalismo è la sfida fondamentale che ci attende”.

Alla domanda: come si esce dalla crisi?

Berrini ha risposto che “si esce non solo con più Stato, ma si può e si deve uscire con più società”, sottolineando che i “i possibili sbocchi si chiamano democrazia economica e responsabilità sociale d’impresa”.

“La vera politica economica che serve – ha concluso – è un maggiore equilibrio nella distribuzione di tutti i redditi.In Usa lo hanno chiamato ‘spread the wealth’, diffondere la ricchezza. In questo contesto l’iniziativa sindacale assume un ruolo fondamentale per due motivi: da un lato perché è legittimata dalle aspirazioni e dai bisogni dei lavoratori, dall’altro perché assume un ruolo economico fondamentale per l’intera società, in quanto determina il riequilibrio tra domanda e offerta”.

L’intervento dell’economista Alberto Berrini al Confederale CDLS

Senza alcuna retorica si può dire che stiamo vivendo un momento che i nostri nipoti leggeranno sui libri di storia. Come ha affermato l’economista Stiglitz “Per il liberismo fondamentalista la caduta di Wall Street ( = strada del muro) equivale a ciò che è stata la caduta del muro di Berlino per il comunismo. Dice al mondo che questo tipo di organizzazione economica si è rivelata non sostenibile “.

Il cambio di paradigma
Che siamo ad una svolta lo si capisce dal fatto che molti (da Soros a Tremonti) parlano di un cambio di paradigma.
Da qui due indicazioni: la prima di carattere epistemologico, l’altra storico-economica.
• Il riferimento è a Kuhn, “La struttura delle rivoluzioni scientifiche”, (1962) secondo cui la scienza procede a salti, tra un paradigma vecchio che prima o poi entra in crisi ed uno nuovo che si affaccia. Quando uno prevale abbiamo la ininterrotta produzione di «scienza normale» (in economia le politiche economiche che derivano dal paradigma economico egemone). La crisi subentra quando c’è il passaggio tra il paradigma vecchio in crisi e quello nuovo che deve affermarsi.
Dunque,in questa fase, da un punto di vista teorico è importante avere le idee chiare sulle cause della crisi per progettare come uscirne. Anche perché, come ha scritto Gallo, nel suo contributo al mio testo, «La crisi finanziaria oltre la cronaca» (2007), “Lo scacco di un paradigma non coincide con la conoscenza dei fattori strutturali che hanno concorso a determinarlo”. E su questo cercherò di dire delle cose molto precise e fuori dal coro.
• Da un punto di vista storico-economico il richiamo non può che essere alla precedente svolta (neo-liberista) che pose fine al trentennio keynesiano. Si tratta di quel periodo storico, detto dell’«età dell’oro», dove un capitalismo ben regolato diede eccezionali frutti sia in termini di crescita che di solidarietà sociale.
La fine di questo modello (sulle cui cause non possiamo per brevità entrare nel merito) fu suggellata dalla politica monetaria restrittiva (1979) della Fed “governata”   da   Paul   Volcker.   Allo   slogan   precedente   “no   more unemployment” (= mai più disoccupazione) di ispirazione keynesiana si contrappose quello neoliberista “no more inflation” (= mai più inflazione). Saranno le privatizzazioni e le liberalizzazioni della signora Thacher in Gran Bretagna e le riduzioni fiscali per le classi più agiate di Reagan (secondo i dettami della «curva di Laffer» : – tasse = + sviluppo) negli Stati Uniti a favorire la crescita economica.
Ma la mancanza di domanda causata da tali politiche economiche (meno salari, più profitti e rendite in un contesto di meno welfare) finì per deteriorare già alla fine degli anni ’80 le prospettive di crescita che dovettero essere sostenute da una politica monetaria che, da allora, divenne costantemente espansiva. È infatti un modello di crescita basato sul “debito” la cui sostenibilità richiede bassi tassi di interesse. I Paesi anglosassoni sono riusciti a realizzare pienamente il proprio potenziale di crescita solo grazie alla scelta di indebitarsi verso l’estero al fine di sostenere il progressivo indebitamento di famiglie e Governi. Su questo punto torneremo più avanti. E’ sufficiente qui ricordare che è l’inizio dell’epoca della finanza o se volete delle “bolle”. È l’«era Greenspan» che, secondo una tesi ormai sostenuta da gran parte degli economisti, ci ha portato dritti alla crisi finanziaria che stiamo vivendo. E dunque ad una nuova svolta.

Modelli a confronto. Il dibattito in Italia
Nonostante le contraddizioni messe in evidenza dalla crisi in atto, il paradigma neoliberista è ancora difeso da alcuni professori noti per essere editorialisti di importanti testate giornalistiche. Per Giavazzi, Alesina e Perotti il liberismo, con le dovute correzioni dei suoi eccessi, è ancora il miglior modello economico ed i suoi fallimenti non sono da ricercare nell’assenza di regole ma piuttosto da regole sbagliate imposte dal potere politico. Insomma un’ulteriore riconferma di un approccio fideistico alla cultura del mercato che non si arrende nemmeno di fronte all’evidenza del disastro economico che abbiamo di fronte. I non-liberisti fanno tutti riferimento alla categoria «economia sociale di mercato» (espressione che, come è noto, deriva dal modello di capitalismo tedesco del secondo dopoguerra).
Ma sotto questa comune etichetta troviamo concezioni assai diverse.
• Una prima tende a sottolineare l’importanza del soggetto Europa che deve rafforzare il suo ruolo proprio sul tema su cui hanno fallito gli Stati Uniti: la governance dell’economia di mercato. Fra gli altri è la tesi del professor Monti molto ben esplicitata nell’intervista rilasciata al Sole 24 Ore del 22 agosto 2008.
«Economia sociale di mercato» in qualche modo coincide con “Europa” intesa come spazio economico in cui concorrenza (= mercato) e solidarietà possono coesistere rafforzandosi vicendevolmente. In quello spazio il mercato può manifestare appieno la propria potenzialità ma nell’ambito di compatibilità sociali irrinunciabili.
Lo Stato ritorna nuovamente protagonista dopo il trentennio neoliberista ma solo in una veste “regolatoria”. È l’arbitro che detta le regole e che garantisce che tali regole siano rispettate da tutti gli attori.
•Anche il «neo-colbertismo» di Tremonti fa riferimento all’etichetta «economia sociale di mercato».
Anche in questo caso il soggetto “Europa” ha un ruolo rilevante ma in senso «protezionistico», una specie di passo indietro salutare rispetto ad una globalizzazione andata troppo avanti e soprattutto sviluppatasi troppo velocemente.
Inoltre il «livello comunitario» non deve comunque entrare in contrasto con il nuovo ruolo che lo Stato (nazionale) deve esercitare nei confronti del mercato.
Uno Stato che non solo detta le regole «dall’alto» al mercato e quindi anche alla società, ma che può anche utilizzare «la leva governativa» per affermare un privatistico spirito pro – business in settori economici ritenuti chiave, secondo una logica corporativa.
Detto in modo assai più semplice: mercato quando è possibile, Stato quando è necessario.
•Il dibattito sulla crisi finanziaria è spesso ruotato attorno alla distinzione tra le responsabilità del mercato e quelle dello Stato. (Come anche evidenziato dalla due precedenti concezioni).
In realtà l’intreccio tra finanza e politica è spesso inestricabile ed in alcuni casi è anche al di fuori del controllo democratico. Ecco perché per alcuni (tra cui metterei la Cisl!) la crisi del neoliberismo deve portare ad una «riforma dal basso» ossia deve scommettere sulla società come protagonista fondamentale, in quanto soggetto in grado di produrre ma anche di redistribuire ricchezza.
E ciò che chiamiamo il modello del «capitalismo associativo»che ha i suoi fondamenti nella democrazia economica e nella responsabilità sociale di impresa.

Una crisi “prime”
Non c’è qui lo spazio per ricostruire l’evolversi della crisi finanziaria scoppiata nell’estate 2007 ed ancora in corso. Era il 9 agosto 2007 quando BNP Paribas decise di sospendere i rimborsi da tre propri fondi di investimento. Era l’inizio ufficiale della «crisi sopprime» cioè della crisi finanziaria originata dalla cartolarizzazione di quella tipologia di mutui.
La gravità di quanto sta accadendo appare evidente anche dalle cifre in gioco, peraltro tuttora incerte e sicuramente non definitive. Si pensi che solo il «Piano
Paulson», a cui accenneremo più avanti, vale, attualizzato ad oggi, dieci volte il Piano Marshall!
In questi ultimi mesi si continua a parlare erroneamente di «crisi subprime». In realtà la tempesta finanziaria ha ormai pienamente coinvolto i principali attori finanziari a livello internazionale. È dunque a tutti gli effetti una crisi «prime», che ha colpito al cuore i mercati finanziari per poi determinare da prima un rallentamento e attualmente una recessione dell’economia reale.

Alla radice della crisi: un’economia basata sull’indebitamento
Non v’è alcun dubbio sulla natura «endogena» della crisi finanziaria che stiamo analizzando. Vale a dire, e ne parleremo meglio fra poco, è una crisi che nasce all’interno del sistema finanziario e non è originata da scandali o da shock esterni. Tutte le analisi mettono sul banco degli imputati l’innovazione finanziaria (primo elemento) ed anche e soprattutto l’utilizzo speculativo (secondo elemento) della stessa. In effetti l’innovazione dell’industria bancaria ha spinto gli istituti a cedere, trasformandoli in obbligazioni e sofisticati strumenti finanziari, imponenti portafogli di crediti concessi alla clientela, secondo il modello di business «originate to distribuite» (= faccio un prestito e cedo il rischio).
L’elemento speculativo ha evidenziato la «colpevole» assenza degli organismi di vigilanza (i cosiddetti “regulators” ai vari livelli). Questi si sono preoccupati di vigilare soltanto sul rischio di controparte delle banche, e non si sono invece accorti che quei rischi, trasferiti al sistema, stavano tornando indietro. (Si pensi al fenomeno delle SIV ma non solo).
Da qui il problema fondamentale che abbiamo oggi di fronte della ricapitalizzazione delle banche.
Ma c’è un terzo elemento, che nessuno ricorda, e che è invece la condizione di base dell’attuale crisi finanziaria. È l’indebitamento delle famiglie (in particolare di quelle americane) che ha spinto quest’ultime a ricorrere a strumenti finanziari di debito su cui sono state costruite le cartolarizzazioni che, una volta crollate, hanno dato origine alla crisi.
Un indebitamento generalizzato provocato da un’iniqua distribuzione del reddito a livello mondiale (ecco perché nessuno ne vuole parlare!) che negli ultimi decenni ha premiato profitti e rendite a discapito del lavoro. Salari al ribasso e riduzioni fiscali generalizzate, e dunque favorevoli ai più ricchi e con conseguenti riduzioni delle prestazioni dello Stato sociale, sono la causa che è alla base della tempesta che stiamo vivendo.
L’indebitamento, quasi forzato, delle famiglie americane è stato negli ultimi anni solo un modo per non riconoscere il problema ma anzi un modo per trasformarlo in una ghiotta occasione di profitto per i mercati finanziari. E oggi sappiamo come è andata a finire.
E non è certo un caso che questa grande crisi finanziaria scoppi quando la distribuzione del reddito negli Stati Uniti torni a coincidere con quella degli anni ’20 del secolo scorso, quindi prima dell’operare del New Deal. E’ questo il vero dato di somiglianza tra la crisi subprime ed il grande crollo del ’29.

Un sistema finanziario fragile
La conclusione del paragrafo precedente è che la vera peste economica del secolo è la cattiva (= iniqua) distribuzione del reddito.
Questa considerazione non nega la natura endogena della crisi finanziaria (semmai ne é la premessa) né tanto meno nega la fragilità dei sistemi finanziari «liberalizzati» che caratterizzano gli attuali sistemi economici.
La fragilità di un sistema finanziario deriva dalla tendenza delle singole unità (cioé gli operatori finanziari) ad adottare, in corrispondenza di fasi di grande espansione economica, comportamenti e strutture di finanziamento dal carattere fortemente speculativo, con un eccessivo livello di indebitamento.
Il grado di fragilità, concetto a cui fa spesso riferimento anche il Governatore Draghi, dipende dunque dal livello di leverage (indebitamento rispetto al capitale) raggiunto dal sistema finanziario.
È importante notare come il grado di leverage dipenda dalla disponibilità di credito e dalla propensione al rischio degli operatori. Dunque sul primo aspetto ha a che fare con le politiche monetarie delle Banche Centrali ed in particolare sulla struttura dei tassi di interesse che esse impongono all’economie, mentre sul secondo aspetto rimanda ai vari “regulators” che sovrintendono all’agire degli operatori finanziari. È forse superfluo far notare che il leverage è pro-ciclico: mi indebito per fare una scommessa, se la vinco, aumento la posta e mi indebito ancora di più. Se perdo, ridimensiono il gioco. Se tutti si comportano così il ciclo del credito crea instabilità: quando i mercati salgono tutti vincono e investono di più, facendo salire i prezzi ulteriormente. Viceversa, quando i mercati scendono tutti perdono e ciò induce ulteriori vendite.
Rispetto all’attuale crisi finanziaria bisogna notare che la politica monetaria non è riuscita ad incidere sull’aggregato rilevante, che non è la crescita della massa monetaria, ma quella dell’attivo delle banche, e la regolamentazione non è riuscita ad intervenire sui meccanismi che le banche hanno escogitato proprio per affrancarsi dai vincoli imposti dalla regolamentazione prudenziale.
In breve, quello che è successo, è che il capitale delle banche è cresciuto meno del credito. “La triste ma semplice verità è che abbiamo assistito ad una bolla speculativa del credito”. (M. Onado, Se in banca la leva non regge più il rischio, Il Sole 24 Ore 27.08.08).
Recenti indagini confermano che “il grado di leverage delle banche (cioè il rapporto fra totale dell’attivo e capitale) è cresciuto a un ritmo elevato negli ultimi venti anni, e che esso è tendenzialmente prociclico, poiché risulta amplificato dall’interazione tra le scelte di indebitamento di famiglie e imprese (nell’ultimo ciclo dalle prime, per effetto del boom edilizio) e le scelte del sistema bancario sul livello desiderato di capitale. I due motori del boom hanno di colpo rovesciato la direzione della spinta, come accade ai reattori degli aerei. Stiamo perciò fronteggiando un faticoso e doloroso processo di aggiustamento di deleveraging del settore bancario internazionale, cioè di riduzione del grado di indebitamento complessivo. (…) Questo processo può diminuire in modo significativo l’offerta di credito da parte delle banche (…) e amplificare le ripercussioni della crisi finanziaria sul ciclo economico mondiale”. (Onado).

Il rischio avvitamento
A questo punto il rischio è che la crisi si avviti, cioè che crisi finanziaria e rallentamento economico si alimentino vicendevolmente.
Dunque le banche devono essere messe in condizione di riprendersi velocemente dal contagio finanziario prima che un nuovo pericolo le colpisca. Tale pericolo è rappresentato questa volta non dal crollo del castello di carte da loro stesse costruito ma dalla caduta della sana attività produttiva cui hanno fatto credito. A quel punto non si parlerebbe più di recessione o di crisi finanziaria ma di depressione. Uno scenario improbabile vista la dimensione degli interventi messi in atto dai Governi e dalle Autorità monetarie. Ma tali interventi hanno per ora riguardato la crisi finanziaria e non il grave rallentamento dell’economia mondiale. La partita della politica economica è ancora tutta da giocare.

L’intervento dello Stato nelle banche
Il «circolo vizioso» (o meglio il rischio del suo accadere) ci riporta agli interventi statali attuati, o da attuare, in questi mesi per combattere la tempesta finanziaria, il cui senso ultimo è la ricapitalizzazione delle banche.
Infatti per adeguare i rapporti patrimoniali alle regole di vigilanza, e a quelle di prudenza imposte dalla situazione presente, vi sono solo due modi:
• a parità di attivo si può aumentare il capitale della banca;
• si può contenere l’attivo con una contrazione del credito concesso.
Ma questa seconda strada non può che portare all’avvitamento della crisi cioè ad un inasprimento delle condizioni creditizie che soffierebbero sul fuoco della recessione. Dunque è indispensabile seguire la prima strada, cioè quella della ricapitalizzazione. È evidente però che, data l’attuale sfiducia degli operatori creditizi, non è possibile il ricorso al mercato. Per cui la sola alternativa alla stretta del credito è la ricapitalizzazione con fondi pubblici.
Un’unica alternativa che però può essere perseguita in modi assai diversi. Il dibattito si è sviluppato su questo punto a partire dal «piano Paulson».
Il Piano americano, nella sua versione originale, poi modificata, è stato concepito con l’obiettivo di risanare i bilanci bancari ripulendoli dai titoli «tossici». Ma in tal modo non risolveva alla radice il problema della ricapitalizzazione delle banche che, come detto, é il vero problema di questa crisi finanziaria.
Inoltre, al di là dei problemi di discrezionalità e di trasparenza nel fissare i prezzi di riacquisto dei titoli «tossici», quel tipo di salvataggio implica che tutto l’onere sia a carico del «contribuente» con poche speranze di recuperare nel tempo, se non parzialmente, le risorse impiegate.
Meglio fare riferimento al «modello svedese» utilizzato agli inizi degli anni ’90 per far fronte ad una crisi bancaria la cui dimensione superava il 10% del Pil di quel Paese.
Lo Stato in quel caso interviene direttamente nel capitale sociale delle banche (fino alla nazionalizzazione). In questo modo non solo l’intervento di ricapitalizzazione risulta più efficace. Inoltre finita la crisi, le banche possono essere rivendute al mercato (come è avvenuto nelle precedenti esperienze) recuperando se non addirittura valorizzando le risorse immesse dal “contribuente”. È a questo modello che, pur nelle differenze degli interventi, si stanno ispirando i Governi europei. Ma a questo punto perché non mettere in discussione la governance di quelle banche? Perché lo Stato non potrebbe vendere quote azionarie direttamente ai lavoratori creando forme di partecipazione? Perché non inserire clausole di Responsabilità sociale di impresa a chi riacquisterà dallo Stato le banche? È facile notare che queste ultime considerazioni fanno riferimento al modello del «capitalismo associativo» di cui si era parlato in precedenza.

Come se ne esce?
Il sistema finanziario sta vivendo una profonda crisi strutturale che ne richiede una profonda ristrutturazione e il naturale ridimensionamento.
Rispetto alla domanda posta dal titolo del paragrafo io mi limito invece ad alcune considerazioni riguardanti l’attuale congiuntura internazionale. Come era inevitabile l’aggravarsi nelle dimensioni e nel tempo della crisi finanziaria ha condotto l’economia mondiale ad un deciso rallentamento in alcune aree e a una vera e propria recessione in altre.
Del resto il rallentamento era già in atto, (per lo meno dai primi mesi del 2008 e forse anche prima) a prescindere dalla tempesta finanziaria, e la crisi era «di domanda». Questa si compone di consumi e investimenti che vivono essenzialmente di aspettative. E la crisi finanziaria le ha decisamente indirizzate in senso negativo. In definitiva l’attuale recessione e la crisi finanziaria hanno una comune causa strutturale: una distribuzione dei redditi sfavorevole ai ceti deboli che da un lato toglie alla crescita il sostegno della domanda, dall’altro favorisce l’indebitamento che è alla base dell’innovazione finanziaria che ha causato la tempesta finanziaria non ancora conclusa.
In termini di politica economica ciò significa che non è più il tempo di «leve finanziarie».
Il credo neoliberista, sull’onda della pressione dei mercati finanziari, punta ancora una volta tutto sulla riduzione dei tassi di interesse, oltre ai temporanei interventi di salvataggio statali. Ma una politica monetaria espansiva se da un lato può dar fiato ad un sistema finanziario vittima dei suoi eccessi, dall’altro può poco contro le aspettative negative di consumatori e imprese. È ciò che Keynes chiamava «trappola della liquidità»» (quando “il cavallo non beve”) cioè quando le aspettative fanno premio su tassi di interesse molto bassi nelle decisioni di spesa e di investimento. Inoltre bassi tassi di interesse favoriscono i consumi solo a patto di contrarre nuovi debiti e di tutto in questo momento abbiamo bisogno tranne che di espandere situazioni di indebitamento. E ciò vale in particolar modo per l’economia americana. Del resto la storia recente del Giappone dimostra come un lungo periodo di tassi di interesse addirittura negativi (cioè inferiori al tasso di inflazione) non hanno impedito a quel Paese di subire un decennio e più di stagnazione.
Un discorso analogo può anche valere per la politica fiscale. In assenza di aspettative positive di imprenditori e consumatori una riduzione delle tasse si trasforma in risparmio e non fa ripartire i consumi e gli investimenti. Qui il discorso è però più complesso e non può prescindere dalle situazioni dei singoli Paesi né dal tipo di tagli, ossia da chi sono i beneficiari delle riduzioni fiscali. Per incidere in modo significativo sui consumi le manovre fiscali dovrebbero favorire le famiglie più in difficoltà.
L’andamento dei redditi degli ultimi venti anni è un chiaro indicatore che è nell’area del lavoro dipendente che si dovrà ricercare il “destinatario” di tali eventuali riduzioni fiscali. Dunque la politica fiscale può essere molto utile come sostegno alla domanda ma, come detto, deve essere ben indirizzata e soprattutto è soggetta al vincolo dell’equilibrio dei conti pubblici. Tagli fiscali compensati da tagli di spesa pubblica (spesa vera non sprechi ovviamente!) potrebbero condurre a risultati economici, dal punto di vista del rilancio dell’economia, e distributivi assai negativi. Infatti in una situazione di aspettative negative la leva della domanda può essere più efficace in mano pubblica che privata. Inoltre i tagli ai servizi del welfare potrebbero più che compensare negativamente un aumento del reddito monetario dei ceti meno abbienti. In conclusione: la crisi è di domanda e la causa è distributiva. La vera politica economica che serve è un maggior equilibrio nella distribuzione di tutti i redditi. Negli USA lo hanno chiamato «spread the wealth» (=diffondere la ricchezza) secondo il principio citato da Barack Obama nel famoso dialogo con Joe l’idraulico. In questo contesto l’iniziativa sindacale assume un ruolo fondamentale perché ha una duplice valenza: da un lato è legittimata dalle giuste aspirazioni del mondo del lavoro, dall’altro assume un ruolo economico fondamentale nel determinare il riequilibrio tra domanda e offerta che è interesse generale dell’intera società.

Conclusioni: democratizzare la finanza per riformare il capitalismo
Il «meraviglioso» mondo della finanza dove gli operatori vivono in un universo di valori «panglossiani» (secondo l’espressione recentemente usata dall’economista americano Paul Krugmann) è entrato irrimediabilmente in crisi. Alla base del fallimento c’è l’idea della crescita infinita che ha condotto a modelli di business (come per esempio l’«originate to distribuite») oggettivamente non sostenibili nel tempo. Ecco perché le crisi finanziarie sono divenute ormai la forma principale di instabilità dell’economia mondiale e parte integrante, e non accidentale, del suo modello di sviluppo. D’altra parte, la finanziarizzazione dell’economia è un dato strutturale dell’attuale capitalismo e come tale ineludibile.

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