Globalizzazione e costi di transazione sociale.

Una volta che un percorso è stato selezionato da una serie di eventi economici casuali, la scelta resta fissata indipendentemente dai vantaggi delle alternative. (Brian Arthur 1990)

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La globalizzazione : Il tratto caratteristico di quella che oggi si chiama globalizzazione non è solo la libertà di circolazione delle merci, capitale e persone. Quindi non solo merci per quelle c’è sempre stata, le merci hanno sempre viaggiato da una parte all’altra del pianeta.

Il tratto caratteristico della globalizzazione è piuttosto, a mio avviso, la divisione della produzione su scala globale: ogni fase della lavorazione di un prodotto può essere spostata con estrema rapidità e a costi relativamente bassi laddove più conviene all’imprenditore; ogni fattore di produzione  includendo tra essi non solo il lavoro, ma persino i vincoli legislativi (che di fatto sono un “fattore” della produzione) e gli strumenti finanziari proviene dai Paesi in cui più è conveniente reperirle.

La certezza del diritto e la stabilità politica sono elementi importanti: nessun imprenditore vuole vedersi portare via l’investimento da un giorno all’altro da una legge che nazionalizza tutti i capitali stranieri. Anche la qualità della manodopera, intesa come produttività e (per le lavorazioni a più alto valore aggiunto) come livello d’istruzione e di cultura del personale, ha un ruolo decisivo nella scelta.

La globalizzazione è un esito naturale del capitalismo anche perché i capitalisti cercano le economie di scala per abbattere i loro costi per unità di prodotto, e la scala più grande è ovviamente quella planetaria.

Ho parlato solo di produzione della ricchezza, e non della distribuzione della ricchezza, non è per motivi “politici”, ma per motivi logici: la ricchezza, prima di essere distribuita, deve essere prodotta.

Se non è prodotta, non può essere distribuita. Se vogliamo distribuirne di più tra tutti, dobbiamo produrne di più.

Questo è il motivo per cui i nemici del capitalismo sono i grandi sconfitti della storia: perché, in teoria, si preoccupano di distribuire la ricchezza secondo criteri di uguaglianza e di solidarietà.

Poi in pratica, come insegna la storia, le rendite finiscono nelle mani dei burocrati di Stato. Della produzione della ricchezza se ne fregano.

Se ne fregano al punto che le loro ricette finiscono fatalmente per impedire la creazione di ricchezza.

Il problema della creazione di ricchezza, con la loro ricetta, è insolubile: ritengono il profitto il problema, un affronto alla miseria, e fanno di tutto per abbatterlo.

E non capiscono che senza profitto non c’è incentivo all’accumulazione di capitale, cioè non c’è crescita della ricchezza globale. Quindi non c’è alcuna torta da dividersi.

I nemici del capitalismo sono convinti che il libero mercato sia un gioco a somma zero, nel quale se uno diventa ricco è perché è riuscito a togliere soldi a qualcun altro: i capitalisti si appropriano del lavoro prodotto dai proletari, le nazioni ricche si appropriano delle ricchezze di quelle povere.

Invece la ricchezza si crea. Chi trasforma il silicio in un microconduttore ha creato ricchezza.

E il nuovo valore creato non dipende dalla quantità di ore di lavoro incorporate nel prodotto finito, come diceva Karl Marx.

Ma dall’utilità che l’acquirente dà al prodotto, come ci hanno insegnato i marginalisti austriaci: un prodotto obsoleto, che nessuno vuole, ha valore zero anche se sono state necessarie mille ore per produrlo. E questa utilità varia in funzione della tecnologia disponibile all’epoca. Il petrolio, che in certe aree affiora da sempre in superficie, non ha avuto alcun valore sin quando non è stato inventato il motore a scoppio.

Già che ci sono, sgombro anche il campo da un altro equivoco molto diffuso. Quello per cui i liberali difendono i capitalisti. Non è vero. I liberali difendono il capitalismo, non i capitalisti.

Il liberale vuole la libera concorrenza tra capitalisti, nella convinzione che questa spinga i capitalisti a offrire beni migliori a costi sempre più convenienti. Non a caso, in un mercato in concorrenza perfetta il tasso di profitto marginale tende a zero. I capitalisti, invece, difendono giustamente la massimizzazione del loro profitto.

Quindi tendono ad essere liberali quando assumono il ruolo di sfidanti di un “incumbent”, cioè di un concorrente già ben posizionato sul mercato. Chiedono l’abbattimento delle barriere poste all’ingresso del mercato in cui vogliono entrare, denunciano l’esistenza di cartelli a protezione dei leader di mercato, sono contrari alle agevolazioni e ai sussidi di Stato in favore dei più forti.

Ma qualora riescano a diventare loro gli “incumbent”, cioè i titolari di una posizione di monopolio o di oligopolio, la storia insegna che non si fanno problemi a chiedere, mediante azioni di lobbing spesso efficaci, che questa loro “conquista” sia difesa da leggi ad hoc; chiedono l’intervento pubblico, anche economico, con il pretesto di difendere i loro “lavoratori”; si danno da fare per creare cartelli con i concorrenti e i fornitori in modo da rendere la loro posizione quanto più possibile redditizia e inattaccabile.

Come mi piacerebbe averlo scritte io queste righe cosi pulite e lineari.
Ma purtroppo non è cosi sono del Proff. FAUSTO CARIOTI dal titolo “Institutions matter”: le istituzioni contano (i liberoscambisti davanti alla globalizzazione) che trovate sul sito della fondazione Einaudi (1).

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Da qui comincia il Post.

“ Supponiamo che vi siano due paesi dove i fattori della produzione abbiano esattamente la stessa efficienza e che intrattengano relazioni commerciali e finanziarie simili quelle oggi esistenti, [……]. Si supponga che il partito degli alti salari ( qui Keynes intende aumento salariale a completo carico dell’imprenditore) raggiunga i suoi obbiettivi in un paese, ma non nell’altro.Ne consegue che il capitalista riceverà una più alta remunerazione del capitale investito nel paese con bassi salari. Di conseguenza preferirà investire i suoi capitali in quei paesi dove sono meglio remunerati. Ne consegue che il paese degli alti salari subirà una maggiore disoccupazione[……]. In conclusione le conseguenze di una estrema libertà dei mercati che viene concessa alla finanza che investe all’estero dove viene meglio retribuito l’investimento dei capitali, a causa di una diversità storica e socioeconomica mi a sempre turbato. “ Fino a che punto è legittimo investire in paesi con condizioni socioeconomiche diverse godendo dei vantaggi dei bassi salari, aumentando e migliorando gli utili delle nostre aziende Nazionali.” J.M.Keynes. (2)

Path dependence (teoria della dipendenza dal percorso).

In questo Post si cercherà di affrontare in maniera amatoriale ( non accademica per ovvi limiti) alcune questioni teoriche ed empiriche rilevanti per il mutamento istituzionale,discutendo alcuni meccanismi importanti per la comprensione della trasformazione dei sistemi istituzionali.

In particolare, si parlerà del rapporto esistente fra tendenze macro del mutamento istituzionale (identificabili in prima approssimazione con il meccanismo della path dependence) ed origine micro della stessa trasformazione (riconducibile alla somma di azioni  e decisioni individuali).

Non si approfondirà perciò cosa si intenda per istituzioni, né i diversi quadri analitici che si possono qualificare come “istituzionali”, ma si affronterà per via macro il ruolo delle istituzioni e la loro influenza sui sistemi socio-economici. Douglass C. North, premio Nobel per l’economia nel 1995, apre la prefazione della sua celebre monografia Istituzioni, cambiamento istituzionale, evoluzione dell’economia con una affermazione perentoria: “la storia conta”

Le istituzioni rispondono alle leggi dell’economia ma lo fanno a partire da strutture sociali, politiche e culturali che condizionano in modo profondo i risultati. Anche il concetto di path dependence, sviluppato insiste sulla cruciale e condizionante importanza dei percorsi storici.

In particolare North ha insistito sul ruolo fondamentale dei contesti istituzionali: tracciando l’evoluzione delle istituzioni giuridiche ed economiche che sono risultate essenziali per lo sviluppo del capitalismo contemporaneo, l’economista americano ha messo in luce il ruolo propulsivo svolto dal potere pubblico. D’altro canto i compiti attribuiti all’operatore pubblico sono il frutto della cultura e della storia. In maniera del tutto speculare uno dei più influenti storici americani contemporanei, Immanuel Wallerstein, ha scritto che «lo sviluppo di Stati forti nelle aree centrali del mondo europeo fu una componente essenziale nello sviluppo del capitalismo moderno»

Alla luce della storia d’Europa appare macroscopica l’importanza di uno Stato attivo in campo economico, sicché la contrapposizione fra Stato e mercato, negli ultimi anni assai di moda, ha scarso fondamento e appare fuorviante. Per funzionare il mercato ha bisogno di forti vincoli
di natura istituzionale.
L’affermarsi degli Stati nazionali in Europa è risultato non solo di vitale importanza nel creare condizioni favorevoli allo sviluppo economico, ma ha potentemente contribuito alla formazione di quella che Wallerstein ha definito «economia mondiale dell’Europa»

In Europa Stato e mercato hanno conosciuto sviluppo o eclissi paralleli anziché contrapposti.

La formazione degli Stati nazionali e il sistema degli Stati in competizione fra loro sono da considerare infatti elementi fondamentali della distinzione e del dinamismo europei.

Lo spirito di competizione e la varietà “genetica”degli Stati europei ha prodotto da un lato un equilibrio di potere fra Stati o gruppi di Stati, dall’altro ha operato come un antidoto contro il pericolo dell’immobilismo e della stagnazione.

Lo sviluppo dei moderni Stati europei si è mosso in sintonia con la progressiva acquisizione di competenze finanziarie,ossia l’appropriazione di quote di ricchezza. In Economia e società Max Weber sottolineava che il finanziamento dello Stato costituiva il fulcro della potestà pubblica, il mezzo di potenza decisivo. Negli Stati contemporanei la finanza pubblica è venuta assumendo una importanza ancora maggiore per via della estensione della sfera statale e della quota di risorse da essa mobilitate. Nel suo trattato di finanza pubblica Celestino Arena definì l’attività finanziaria come «un grandioso processo di trasformazione di beni in servizi pubblici»

Nell’appropriazione di quote di ricchezza i governi godono di una posizione di relativo vantaggio determinata dalla possibilità di ricorrere a provvedimenti coattivi, tuttavia caratteri e dimensioni di questo processo non sono aprioristicamente dati ma fortemente condizionati da fattori economici, sociali e culturali.

Il prelievo fiscale deve essere tollerabile dal punto di vista economico, deve essere percepito come legittimo dai contribuenti e deve proporsi finalità accettabili ai contribuenti stessi: sviluppo economico, cultura e politica interagiscono.

I problemi relativi alle finalità proprie dell’intervento pubblico e a criteri da adottare nel decidere quali attività debbano essere affidate alla mano pubblica hanno impegnato ab origine gli economisti. In ogni società vi sono beni e servizi che sono di fondamentale interesse collettivo e che è impossibile ottenere ricorrendo al mercato, ma in concreto tipologia, qualità e quantità di tali servizi sono soggette ad innumerevoli condizionamenti economici, sociali e culturali.

Nella società europea contemporanea il benessere individuale dipende in larga misura dall’accesso ad una vasta messe di beni e servizi pubblici sottratti al mercato, ma è bene tenere presente che si tratta di un fenomeno nuovo e potenzialmente effimero.

L’espansione delle politiche sociali dello Stato rappresenta infatti una novità recente.

Basta pensare che nel 1776 Adam Smith, il fondatore dell’economia classica, affidava allo Stato,in un “sistema di libertà naturale”, soltanto tre compiti: «il compito di proteggere la società dalla violenza e dall’invasione», il compito di proteggere «ogni membro della società dall’ingiustizia o oppressione», e infine il compito «creare e mantenere certe opere pubbliche e certe istituzioni pubbliche, che non potranno mai essere create e mantenute dall’interesse di un individuo».

Lo sviluppo degli Stati europei appare caratterizzato da una declinazione progressivamente più ampia del concetto di protezione, che nell’età contemporanea si è dilatato a comprendere ambiti che hanno oltrepassato di molto i tradizionali confini della incolumità della persona e della tutela dei beni. A partire dal ’700, per impulso del pensiero illuminista, si è fatta strada l’idea che lo Stato dovesse garantire il benessere dei cittadini. In realtà a questi postulati teorici fu dato seguito pratico con molta gradualità: gli interventi finanziari e normativi volti a valorizzare la formazione e a sostenere la prosperità economica si diffusero nel corso dell’800, ma gli interventi pubblici finalizzati a garantire livelli anche minimi di tutela e protezione sociale mossero i primi timidi passi soltanto nell’ultimo quarto dell’800, inizialmente attraverso vincoli e norme imposti alle parti sociali. Solo nella seconda metà del ’900 la sfera sociale è diventata l’ambito di intervento privilegiato e il settore più dinamico di spesa.

Nel corso del ’900 il ruolo dello Stato si è radicalmente trasformato e il settore pubblico ha conosciuto una crescita formidabile e pressoché senza soluzione di continuità.

Alla espansione dei compiti affidati alla mano pubblica si sono accompagnati una forte dilatazione della spesa complessiva e un rilevante mutamento delle principali voci di spesa. La spesa per garantire i “diritti sociali” ha rappresentato la più importante novità ed è divenuta in un arco di tempo straordinariamente breve la voce più consistente. In quasi tutti i Paesi avanzati la mano pubblica ha assunto il completo controllo della fornitura di quasi tutti i servizi di carattere sociale, previdenziale e assistenziale che hanno acquisito un carattere universale.
Del resto lo sviluppo del Welfare State nella seconda metà del ’900 è avvenuto attraverso la costituzione di un sistema di diritti sociali destinati ad accompagnare il cittadino “dalla culla alla tomba”.

Ma anche la fornitura di molti servizi di massa è, o è stata a lungo, appannaggio dello Stato: dai trasporti pubblici ai servizi postali, dalla fornitura di energia alla raccolta dei rifiuti.

Inoltre pressoché ovunque il settore pubblico ha assunto un ruolo economicamente propulsivo attraverso il sostegno diretto alla ricerca e alla innovazione, attraverso il sostegno ai consumi privati; e socialmente perequativo attraverso interventi volti a redistribuire il reddito tra i diversi gruppi sociali. All’estremità dello spettro si è collocata la risposta dei Paesi socialisti, dove in ogni settore economico all’attività privata è stata preferita quella pubblica, con risultati però che nel lungo periodo si sono rivelati complessivamente insoddisfacenti.

L’espansione dei compiti di protezione attribuiti alla mano pubblica ha avuto quale conseguenza speculare la formidabile dilatazione del prelievo fiscale dal settore privato per sostenere il forte aumento di spesa del settore pubblico.

Per secoli la percentuale di reddito prelevata dal fisco ha di rado e per brevi periodi superato il 5%.

Circa un secolo fa, alla vigilia della prima guerra mondiale, la pressione tributaria dei principali Paesi europei si collocava in prevalenza fra il 10% e il 15% del Pil, una percentuale non lontana dai massimi livelli di prelievo toccati in età preindustriale.

Nel corso del ’900 la pressione fiscale è progressivamente aumentata: la lievitazione del prelievo è stata resa tollerabile oltre che dai benefici attesi anche dal contemporaneo aumento del ricchezza disponibile. Anche la composizione della tassazione si è modificata.

La novità più significativa è stata rappresentata dall’affermarsi della tassazione progressiva sul reddito con finalità di redistribuzione sociale attraverso trasferimenti e servizi.

All’aprirsi del XXI secolo il prelievo fiscale nei principali Paesi europei risulta attestato attorno al 40% del Pil, un livello senza precedenti e che molti economisti non esitano a ritenere eccessivo (Tabella 1).

Welfare scandinavo, e flexicurity cioè la consapevolezza che eguaglianza e efficienza vanno a braccetto.

Il concetto di flexicurity è stato introdotto per la prima volta nei Paesi Bassi a metà anni novanta per rompere un sistema di relazioni industriali ritenuto troppo rigido e sbilanciato a favore dei lavoratori. Oggi il tema della flexicurity è stato ripreso generalizzandone la validità per tutti i paesi dall’Unione Europea raggiungere gli obbiettivi della strategia di Lisbona del 2000 e della sua strategia per l’occupazione.

Il concetto di flexicurity in sintesi è:

“Un sistema di flessibilità e tutela del lavoratore. La flessibilità ci deve essere sia in entrata che in uscita dal mondo del lavoro. Questo perché è stato deciso dall’organizzazione sociale di organizzare il mercato del lavoro in maniera da cogliere le opportunità offerte dal mercato stesso. Tuttavia, questo è possibile solo perché il sistema è cosciente che il mercato da solo non si autoregola, in quanto il mercato è una istituzione umana e come tale è soggetta a fallire.
I fallimenti del mercato non devono ricadere solo su alcuni cittadini che cooperano nel sistema come lavoratori dipendenti. La loro cooperazione sociale deve essere coperta da una alto livello di sicurezza sociale. C’è flessibilità e non precarietà dove c’è un alto livello di sicurezza sociale.”

Il revisionismo che ha colpito il Welfare dopo il 1980 ha portato con sé anche una serrata critica della tassazione progressiva.

Goodbay Cittadinanza

La cittadinanza secondo il sociologo economista T.H. Marshall

Marshall, tenta di spiegare la nascita e l’evoluzione della cittadinanza, concentrandosi sulla relazione tra essa e lo sviluppo del sistema di classe tipico delle economie capitalistiche. Marshall non aveva dubbi che, dando al “cittadino” un’uguaglianza di status rispetto a certi diritti (stessa pensione, stesso accesso al servizio medico), il Welfare State avrebbe determinato una “grande estensione dell’area della cultura e dell’esperienza comuni”, la quale a sua volta avrebbe contribuito a mantenere la coesione sociale.

Ne derivava che il Welfare State poteva anche essere considerato come una sorta di tributo pagato dalle classi dominanti alla stabilità e alla sopravvivenza stessa del capitalismo.

La sua tesi, in breve, è la seguente: I tre elementi della cittadinanza

– L’elemento civile è composto dai diritti necessari alla libertà individuale: libertà personali, di pensiero, di parola e di fede, il diritto di possedere cose in proprietà e

– Per elemento politico intendo il diritto a partecipare all’esercizio del potere politico, come membro di un organo investito di autorità politica o come elettore dei componenti di un tale organo

– Per elemento sociale intendo tutta la gamma che va da un minimo di benessere e sicurezza economica fino al diritto a partecipare pienamente al retaggio sociale e a vivere la vita di persona civile, secondo i canoni vigenti nella società.

Cittadinanza, diritti, disuguaglianza.

“L’estensione dei servizi sociali, secondo Marshall, “non è in prima istanza un mezzo per livellare i redditi. In certi casi può portare a questo risultato, in altri no.(…) Ciò che importa è che vi è un generale arricchimento della sostanza concreta della vita civile, una riduzione generale del rischio e dell’incertezza, un livellamento tra i più fortunati e i meno fortunati, in tutti i settori: fra sani e malati,occupati e disoccupati, vecchi, persone attive, scapoli e capi di famiglie numerose. Il livellamento non avviene tanto tra le classi quanto tra gli individui nell’ambito di una popolazione che viene trattata adesso a questo fine come se fosse una classe sola. L’uguaglianza di status è più importante dell’uguaglianza di reddito”

Oggi possiamo affermare che: La destra non ha rinunciato allo smantellamento dello Stato Sociale. Un’istituzione, mai dimenticarlo fondata “non sulla carità ,una tantum”, “ma sui diritti sociali una semper”.  Il Cittadino Democratico,deve rimandare al mittente con sdegno lo zuccherino del “conservatorismo compassionevole”.

Dalla nostra memoria comune: Gli obiettivi per cui è sorto il movimento per il socialismo?

“L’obiettivo del superamento di ogni forma di sfruttamento e di oppressione dell’uomo sull’uomo, di una classe sulle altre, di una razza sull’altra, del sesso maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni.
E poi: la pace fra i popoli, il progressivo avvicinamento fra governanti e governati, la fine di ogni discriminazione nell’accesso al sapere e alla cultura. Ebbene, se guardiamo alla realtà del mondo d’oggi chi potrebbe dire che questi obiettivi non sono più validi? Tante incrostazioni ideologiche (anche proprie del marxismo) noi le abbiamo superate. Ma i motivi, le ragioni profonde della nostra esistenza quelle no, quelle ci sono sempre e ci inducono ad una sempre più incisiva azione in Italia e nel mondo.” Orwell, il computer, il futuro della democrazia. Intervista a Enrico Berlinguer – Ferdinando Adornato “l’Unità” 1° dicembre 1983.

In conclusione: A questo punto dovrebbe essere chiari alcuni punti fondamentali:

– Il Welfare State è una istituzione sociale che nasce nelle democrazie Europee ed è parte fondamentale del patto democratico fino ad oggi condiviso dai cittadini,

– Il Welfare State è stato fondato perché l’economia di mercato è fallibile in quanto istituzione umana,

– Il Welfare State obbliga il cittadino democratico ad assolvere ai propri doveri,per poter usufruire dei propri diritti. Fra i diritti del cittadino democratico c’è quello di poter migliorare la propria condizione economica, utilizzando meriti e capacità proprie.

– Il Welfare State assolve al principio di fratellanza democratica, in quanto si occupa dei propri simili che per vari motivi non sono in grado di affrontare il quotidiano da soli.

– Il Welfare State non è una attività filantropica per le Democrazie Europee, ma è il frutto della mano visibile della politica condivisa che diventata norma per legge.

Se la globalizzazione in Europa viene fatta smantellando lo stato sociale, il deterioramento dello stesso è considerarsi come costo di transazione sociale.

Detto in altro modo,costi di transazione sono quei costi, quantificabili o meno, che nascono quando nasce l’ “ipotesi” di uno scambio, ed indicano sia lo sforzo dei contraenti per arrivare ad un accordo, sia – una volta che l’accordo sia stato raggiunto, i costi che insorgono per fare rispettare quanto stabilito ( Ronald H Coase).

Note:

1) Fondazione Einaudi lezione del Proff. FAUSTO CARIOTI

Approfondimenti:

2) Contributi del Circolo del PD di Bientina Dicembre 2008 . Articolo:

ECONOMIA SOCIALE DI MERCATO O RESPONSABILITA’ DEMOCRATICA?

Spesa sociale, Italia e Ue a confronto

OECD : % Pressione Fiscale su PIL

OCED: % Pressione Fiscale su PILClicca sull’immagine per ingrandirla

Modifiche delle entrate fiscali in rapporto al PIL (in punti percentuale) 1995-2007

Clicca sull’immagine per ingrandirla

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2 risposte a Globalizzazione e costi di transazione sociale.

  1. e_ros ha detto:

    Ciao key, ottimo lavoro. Che dire… mi resta solo di ‘trovare il pelo nell’uovo’. 🙂

    Due considerazioni storiche.
    Una stupida: I neomarginalisti non sono solo ‘austriaci’. Cosi’ per non confonderli con i ‘neo-austriaci’ veri e propri. 🙂
    Una piu’ di concetto: Non capisco onestamente la piccola ‘polemica’ con Adam Smith: innanzittutto, come tu ben hai riportato già Smith immaginava un ‘ruolo’ per lo Stato. ( certo essendo un uomo del ‘suo tempo’ non poteva immagginare il ruolo dello Stato nel ‘sociale’, idea che si svilupperà almeno 100 anni dopo :).Poi, guarda che Smith immaginava nel ‘libero mercato’ uno strumento di ‘liberazione’ degli uomini liberi verso quei rentiers (i.e. i capitalisti, secondo la definizione da te riportata nella prefazione) che opprimevano il popolo e lo ‘sviluppo delle nazioni’ ai ‘suoi tempi’.
    Da cui il termine ‘LIBERI-smo’. Tanto è vero che Smith era un filosofo morale.

    In ogni modo, torniamo al tuo post.

    Comprendo il concetto dei ‘costi di transizione’. inoltre, mi sembra, tu associ alla presenza di questi ‘costi di transizione’- occulti- il fallimento della globalizzazione su come si è sviluppata fino ad oggi ( secondo le regole del Wto). Ok.

    Quello di cui tu parli è il Welfare State. Ok.

    Il punto è: Ma noi in Italia abbiamo un Welfare State o piuttosto uno Stato assistenziale e partitocratico?? Mi sembra che tu propenda per quest’ultima definizione. Infatti introduce il concetto di flexsecurity.

    Inoltre, a parte UK ( dove il welfare State è stato creato nel dopo guerra da un laburista ma che trova le sue origini dal precedente premier liberale ) nella vecchia Europa continentale e in quella mediterranea, siamo proprio sicuri che abbiamo un ‘Welfare State’??

    Se no, i ‘Costi di transizione’ che dobbiamo ‘subire’ spinti dalla globalizzazione sarebbero lo ‘smantellamento’ dello Stato Sociale O PIUTTOSTO una Riforma radicale per rendere l’intervento dello Stato piu’ ‘Welfare’ verso gli individui e meno ‘Welfare’ verso i Partiti,Sindacati, Corporazioni varie??

    Ecco, io propendo per questa ultima ipotesi. Ben vengano quei ‘costi di transizioni’ se ci obbligano a fare i conti con noi stessi.

    Cose da far tremare i polsi. E’ vero. Ma sono fiducioso che ce la faremo.
    Noi europei, intendo.

    Scusa la lunghezza ma il post meritava.

    Saluti

  2. keynesiano ha detto:

    Ciao e_ros, no non era nei miei intenti polemizzare con Adam Smith. L’intento era quello di riportare le origini dei compiti dello stato al tempo di Smith. Mi fa piacere comunque che tu evidenzi il fatto che era un filosofo morale, in effetti come ben saprai P.S. Labini ha sempre messo in evidenza questo punto affermando che il pensiero del suo amico Adamo ( come lo chiamava lui) non poteva essere ridotto alla sola lettura della “ricchezza delle nazioni” ma andava integrato con il suo libro antecedente “La teoria dei sentimenti morali”, cercado anche di spiegare cosa intendeva per osservatore imparziale della transizione che avveniva nello scambi e cosa intendeva con “ simpatico”. Quindi su buon Adam siamo d’accordo.

    Siamo anche d’accordo, sul fatto che noi in Italia non abbiamo un Welfare State idoneo ai tempi globali. Come scritto sul blog di Cuperlo anche se l’esperimento non è venuto con i fiocchi nelle nota n.2 di questo post c’è il link ad un contributo del circolo del PD a cui sono iscritto, in quell’articolo anche se con tagli che andavano rivisti espongo meglio cos’è il Welfare State per Key, il mo modello di riferimento è quello dei paesi scandinavi. So bene che ci sono realtà diverse va probabilmente adattato ma da li si deve partire se vogliamo trovare il miglior equilibrio fra competizione globale e benessere sociale. QUINDI WELFARE STATE VERSO GLI INDIVIDUI E MENO PREBENDE, altrimenti decade lo stesso concetto di liberalismo se questo è un concetto accettato anche dalla sinistra liberal o progressista nel XXI secolo. Insomma e_ros potremmo dire che siamo per un capitalismo dal volto umano che crea pungoli, sostegno all’individuo ma non assistenza partitocratica o via dicendo.

    Quello che pero volevo evidenziare (ma ci torneremo in un altro post) e che tu hai ben intuito è che così com’è la globalizzazione crea un costo di transizione a carico del Welfare State perlomeno in Italia e questo mi preoccupa politicamente. La mia opinione è: che questo accada perchè le istituzioni formali e non dei paesi scambisti sono troppo divergenti, anche nella stessa Europa.

    Io sono un curioso e un chiacchierone lo avrai capito. Se parli con una badante che viene dai paesi dell’est Europa ti dirà che per vivere nel suo paese una famiglia di quattrp persona ha bisogno di circa 900/1000 euro al mese ai loro standars di vita. Un impegato delle poste o un lavoratore in fbbrica in quei paesi prendono circa 200,00 al mese se lavorano in quattro non campano nemmeno ai loro standars di vita, c’è qualcosa che non quadra anche per il più accanito liberale. Se ci aggiungi anche più bassi livelli di tassazione e leggi particolari per l’insediamento delle industrie i vantaggi competitivi diventano tali che non possiamo competere come sistema paese. Nei paesi extra UE ci metti anche il gioco della moneta tenuta bassa come la Cina e il gioco diventa ancora più arduo.

    Tutto questo e_ros e te lo dico con onesta credimi, io non lo so: se ne siamo tutti convinti e se ne valutiamo tutti le possibili conseguenze sociali. Mi è capitato di prendere queste discussioni anche con persone politiche che sono Onorevoli del PD e che nel governo ombra eranoal fianco di Damiano alle politiche del lavoro. Lo fatto anche con giovani ragazzi/e con incarichi nelle provincie e laureati in economia, cercando di capire se vedevano le cose anche da altri punti di vista, e non solo basandosi sulla teoria benefica del commercio internazionale anche quella figlia del suo tempo.

    Ho portato come esempi, aziende che avevano investito e che erano i numeri uno nel loro campo la costruzione di componenti per riscaldamento, ho portato come esempi la piccola softerhouse con sei dipendenti che va in Polonia perchè li un giovane ingegnere informatico gli costa 500 euro al mese ecc..ecc..

    LA RISPOSTA CHE HO RICEVUTO E’ CHE: IN ITALIA NON SI POSSONO FARE PIU’ I RUBINETTI, SI SPERA CHE CON IL BENESSERE ECONOMICO ARRIVINO ANCHE I DIRITTI DEMOCRATICI, GLI IMPRENDITORI VANNO IN CINA PER CONTROLLARE LA FILIERA PRODUTTIVA ( QUEST’ULTIMA PER LA VERITA’ E’ LA RISPOSTA DI UN SINDACALISTA LOCALE).

    IO rispondo che la teoria è vera in parte, meglio si adatta nei paesi dove le istituzioni sono di natura democratica-liberale perché agevolano la richiesta di diritti senza che escano i carrarmati come risposta, ma se noi non agevoliamo il tutto “ alla lunga saremo tutti morti”

    Ciao e_ros al prossimo post

    PS: ma è vero come dice Gianna che hai un debole per Irene Tinagli 🙂

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