Crisi:La Polonia non vuole più entrare nell’euro

È un po’ la rivincita dell’ex blocco sovietico: I fondi internazionali si sentono più sicuri quando investono dall’altra parte dell’ex cortina di ferro piuttosto che nell’Europa occidentale. Lo dicono le quotazioni dei credit default swap (cds), speciali polizze che servono per assicurarsi contro l’insolvenza degli stati: la Polonia (con il costo delle polizze a 158 punti base) è percepita tre volte più affidabile del Portogallo (539 punti base), quasi due volte più dell’Italia (252), poco meno della Francia (109). La Polonia è l’unica fra i paesi dell’Unione Europea, che ha evitato  la recessione e la relativa stagnazione.

“Molti sono convinti, erroneamente, che le politiche di spesa keynesiane abbiano fatto cilecca e non siano riuscite a risollevare la malconcia economia americana.

Non è vero: la verità è che non c’è stata nessuna politica keynesiana. La lezione più evidente di questo tormentato periodo è che la flessibilità del tasso di cambio è importante quando bisogna fare i conti con problemi macroeconomici. La speranza è che tutti abbiano recepito questa lezione.

Sul New York Times, Jack Ewing ha evidenziato i vantaggi che ha ricavato la Polonia dal fatto di non aver (ancora) adottato l’euro: lo zloty dallo scorso anno ha perso il 18% sull’euro, i prezzi dei prodotti polacchi rimangono competitivi sui mercati mondiali e il paese non è stato coinvolto dalla crisi” (Paul Krugman). Queste parole di un premio Nobel in bella vista sulla stampa economica nazionale mostrano la inadeguatezza della ortodossia economica degli euroentusiasti a fronte delle difficoltà apportate dalla Grande Crisi. Vien fatto di chiedersi: “Ma entrare nell’euro è stato una bufalata pazzesca?”.

Le evidenze congiurano in questo senso, ma sarebbe troppo semplice concludere per un ritorno alle monete nazionali.

La strada corretta è in realtà una gimkana che scansi paletti quali disoccupazione, svalutazione, default…Peraltro, il differenziale, ormai elevato, pagato per i vari debiti pubblici di Eurolandia sanziona in maniera inequivocabile che la unicità della politica monetaria (che sarebbe dovuta essere a monte della unitarietà della moneta europea) si è infranta di fronte alle differenze delle dinamiche economiche delle varie nazioni. Questo significa che quando una porzione dell’Europa va ad una velocità differente dalle altre, essa deve pagare un tasso di interesse più elevato; cosa che è un costo per l’economia i ritardo nello sviluppo e un vantaggio per le altre; costo che sarebbe dovuto essere stato mitigato dalla svalutazione della relativa moneta, ma che oggi viene accompagnato dalla riduzione nominale dei redditi in quell’area svantaggiata. Quindi di fatto quella unicità che i fautori dell’euro credevano sarebbe venuta assieme alla unicità monetaria non solo non è venuta, ma i modelli di aggiustamento che si sono imposti sono peggiori (socialmente ed umanamente) di quelli così tanto invisi invece dalla svalutazione.

Così, anche da questo punto di vista le monete nazionali sarebbero meglio? Certamente, ma praticamente ci sarebbero difficoltà ed inconvenienti che arrivano a mettere in dubbio la stessa pace interna all’Europa nel lungo periodo. Quindi siamo in una situazione nella quale di fatto le singole economie vanno ognuna per conto proprio come se avessero delle monete nazionali, senza però averle e senza che si sia creata una zona a moneta unica!.

Si sta verificando a livello europeo: che servono i soldi tedeschi per salvare le economie in crisi.

Una situazione inaccettabile sia perché la Germania recalcitra all’idea di pagare debiti altrui, sia perché ripugna ad ognuno l’idea di non tentare di creare un modello economico scevro da questi problemi. Quindi per consentire che economie in ritardo nello sviluppo recuperino il gap che le separa da quelle sviluppate è necessario che ognuna di queste singole realtà si doti di un modello socio-economico specifico. La bravura del politico e dell’economista sta proprio in questo: riuscire ad inventare un modello di sviluppo che valorizzi le culture locali, partendo da esse, senza tentare insulse ed antistoriche forzature dell’indole della popolazione. Questo significa che per ogni comunità antropica omogenea esiste una propria via allo sviluppo, originale ed ugualmente valida rispetto ad ogni altra.

L’euro può anche essere uno solo per tutta l’Europa come l’oro fu la unica moneta per tutto il mondo, ma certamente ogni comunità ha diritto ad una politica economica propria.

Approfondimenti:

Video: Perché la Polonia non vuole (più) entrare nell’Euro

A Varsavia l’euro può attendere

Grazie, meglio di no… La Polonia che non vuole l’euro è un campanello d’allarme per Ue e Bce

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