Crisi: L’art.18 e la retorica di Pietro Ichino e Enrico Moretti

L’ipocrisia dei professori P.Ichino e Enrico Moretti che sulle pagine del sole di oggi scrivono: Il lavoro e i lavori, l’obbligo di cambiare di Andrea Ichino ed Enrico Moretti

Gli autori scomodano Marx e Engels per dire che le lotte dell’epoca contro il consumo Borghese fatto a discapito del consumo proletario erano sacrosante.

Ma oggi secondo gli autori difendere l’art.18 è anacronistico in quanto siamo tutti in una posizione di lavoratori e consumatori e non può esistere ridistribuzione di ricchezza se non aumenta la torta del PIL che in un sistema globale e competitivo si fa sopratutto affermando l’efficienza ed estromettendo dal sistema i lavoratori non capaci o parassitari ( sarebbero loro la causa del mal funzionamento competitivo).

Ciò messo del mio! ma la sintesi di fondo è quella.

Che dire? E’ la solita fuffa liberista con tinte rosa fuxia giusto per dargli una tonalità di colore vagamente di sinistra. Forse sarebbe stato più interessante per gli autori anziché citare Marx e Engels prendere come riferimento per le loro proposte il sociologo tedesco Werner Sombart e il suo saggio “Perché negli Stati Uniti non c’è il socialismo” (per approfondimenti vi rimando a questa ottima recensione del libro).

W.Sombart un genio incompreso.

Werner Sombart viene messo da parte, non letto, non capito, non interpretato. La sua analisi della mentalità americana aveva colpito nel segno, con un secolo di anticipo. Ma se ne erano accorti in pochi, gli altri per un secolo e passa in tutt’ altre faccende.
Si leggano le osservazioni di Sombart: «Il successo è il dio davanti al quale l’ americano recita le sue preghiere». Ne consegue che «in ogni americano – a cominciare dallo strillone che vende i giornali per strada – cogliamo un’ irrequietezza, una brama e una smaniosa proiezione verso l’ alto e al di sopra degli altri. Non è il piacere del godere a pieno della vita, non è la bella armonia di una personalità equilibrata che possono dunque essere l’ ideale di vita dell’ americano, piuttosto questo continuo “andare avanti”. E di conseguenza la foga, l’ incessante aspirazione, la sfrenata concorrenza in ogni campo». Ecco perché gli americani sono così refrattari alle protezioni collettivistiche di cui il socialismo europeo si è nutrito: «Questa psicologia agonistica genera al suo interno il bisogno di totale libertà di movimento. Non si può individuare nella gara il proprio ideale di vita e desiderare di avere le mani e i piedi legati». Il successo, la concorrenza, la psicologia agonistica come matrice dell’ individualismo americano. La libertà di movimento come ideale regolativo. La propensione popolare al consumo. La smania democratica di emergere e «andare avanti». Sombart lo aveva capito con largo anticipo. Noi abbiamo passato il tempo a riempire gli scaffali di volumi e articoli spesso inutili.

A questo punto, qualcuno potrebbe pensare che io sia sotto l’effetto dello spumante natalizio; in fondo Sombart ci parla di una società libera e competitiva che poi é quella degli autori dell’articolo. Per la verità sono sobrio al punto da distinguere bene la retorica rosa fuxia con le idee Democratico-sociali (il termine liberale sta dentro al concetto di democrazia) nel senso: che prima di chiedere una maggiore flessibilità al mondo del lavoro, bisogna adeguare quella infrastruttura sociale a cui abbiamo dato il nome di Welfar-State, in quanto, se siamo d’accordo che in una società Democratica che si basa sull’economia di mercato ( lo scambio libero di merci che formano i consumi umani) che per sua natura è un sistema competitivo; al fine di non deteriorare il sistema ( che tutela tutti) non ci possono essere furbi a discapito del sistema stesso. Ma detto questo, è altrettanto vero che in una società Democratica evoluta che riconosce i diritti di cittadinanza i fallimenti del mercato ( questo si Borghese) e i successivi costi di transizione e aggiustamento non possono di certo ricadere sulla classe lavoratrice (altrimenti viene meno il patto democratico di non belligeranza classista) che coopera pacificamente condividendo il sistema che si basa sugli scambi di interesse reciproci (la politica).

Ma l’attualità di Sombart ci porta anche ad un’altra considerazione.

Il sistema Americano analizzato dall’autore si basa sui consumi  che sono agevolati dal  patto sociale del Capitalismo-fordista per cui l’operaio deve poter comprare ciò che produce. In una società dove la rivoluzione tecnologica e la forza creatrice e distruttrice  del capitalismo analizzata da J.Schumpeter (gli imprenditori innovativi) sono in grado di creare vantaggi competitivi per l’intero sistema nazionale e quindi producono valore aggiunto e capitale monetario che può essere ridistribuito e rinvestito (non c’è crescita economica senza aumento di valore). Ma oggi, in un mondo globalizzato, dove la competizione si basa sul trasferimento di tecnologia dall’occidente opulento e democratico (dove gli operai hanno buoni salari e possono consumare ciò che producono)  all’oriente sfruttato e poco democratico ( dove gli operai non possono consumare neanche quello che producono loro, figuriamoci se possono aumentare i consumi con i nostri prodotti) dove pochi stanno bene e i molti non prendono neanche 200 euro al mese e sono privi delle più elementari tutele sociali,sarebbe opportuno, per la sinistra rosa fuxia aggiornare l’orologio, non gli farebbe male neanche leggere Keynes e i motivi per cui propose il Bancor, una moneta che mirava a regolamentare i rapporti del commercio internazionale.

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