Democrazia finanziamento alla politica e virtù.

La politologa Nadia Urbinati nel suo articolo su Repubblica dal titolo “se la democrazia sa autocorreggersi“ha scritto: quel che dovrebbe essere!

Qui c’è quel che voleva essere!

Sposetti, vorrebbe triplicare i fondi pubblici ai partiti. Per le fondazioni 185 milioni ogni anno.

Oggi,Bersani affermadimezzare il finanziamento pubblico ai partiti“, e dice di essere pronto da subito.

Per quanto mi riguarda per la mia riflessione seguo il consiglio del politologo G. Pasquino che afferma “quando si parla di Democrazia per affermare che un principio è democratico, bisogna partire dagli Ateniesi”.

Se la memoria non mi inganna, ricordo di avere letto che è stato Pericle il primo a finanziare la politica,riconoscendo, un indennizzo per il lavoro perso ai cittadini meno facoltosi al fine di farli partecipare alla vita politica dell’agorà. Pericle riconosce questo indennizzo economico ai cittadini meno facoltosi di Atene in quanto il proprio lavoro manuale era  la loro unica fonte di sostentamento, mentre non veniva riconosciuto nessun indennizzo agli uomini facoltosi  di Atene.

Il motivo di questa decisione è ovvio, e risponde al principio,che tutti i cittadini che ne hanno diritto devono poter partecipare alle decisioni politiche che riguardano la polis (la città). La polis Ateniese era a misura di cittadino, viveva in lui,era per lui,è agiva da intermediario per il passaggio dall’io individuale all’io collettivo (l’essere cittadino esercitando la politica nell’interesse della polis,che era il bene comune).

In questa chiave vanno interpretate le affermazioni dello storico Ateniese Tucidide, che afferma: 

“La nostra Costituzione si chiama democrazia perché il potere non è nelle mani di pochi,ma dei più.”

“ Gli uomini sono la città, non le mura ne le navi vuote di uomini”.

Di conseguenza: la politica che per gli Ateniesi era il tutto (compreso la politica-economica) è un agire politico indicato dai “più” nell’interesse della polis che è il bene comune di tutti i cittadini.

MA OGGI?

Questo principio fondamentale in Democrazia non viene meno nemmeno nella Democrazia Parlamentare che si basa sui partiti. Di fatto: i partiti sono una evoluzione resasi necessaria nelle democrazie moderne,e soddisfano l’esigenza di rappresentanza politica creatasi con la crescita delle città,con l’accrescere delle diversità delle culture politiche e degli aventi diritto al voto. Gli uomini,al fine di esercitare il loro diritto a decidere le politiche che riguardano la Polis, hanno istituzionalizzato le associazioni politiche.I singoli partiti sono associazioni di “corpi sociali”.

A questo punto, la politica Parlamentare esercita il diritto legittimo a rappresentare i “corpi sociali” tramite la delega di rappresentanza, ma allo stesso tempo crea inevitabilmente due vincoli legati l’uno con l’altro, uno di andata e uno di ritorno.

Il vincolo di andata: è un vincolo di rappresentanza che va dai cittadini elettori ai politici eletti su indicazione dei partiti. In forza di questa delega i politici eletti si impegnano a portare avanti le istanze politiche del “corpo sociale che rappresentano”. La delega ha rappresentare i “corpi sociali” consente ai partiti di  ricevere il contributo necessario per esercitare in concreto.In sostanza, il contributo ai partiti è l’equivalente del contributo che Pericle dava agli Ateniesi, anche se di fatto Atene,era una società che non conosceva l’associazione partito.

Il vincolo di ritorno, è quello che possiamo chiamare visto i tempi moderni il “dividendo politico” è ciò che ci ripaga in qualunque forma politica del fatto di essere soci dell’associazione partito (il bene comune,secondo il corpo sociale che ha dato la delega di rappresentanza).

POLITICA POLITICI E CITTADINI.

La virtù nel mondo dei Greci.

La virtù, o meglio, le virtù per i Greci sono abilità. La virtù è un’abilità o una buona abitudine in vista del conseguimento del bene. Il bene è la realizzazione di qualsiasi determinazione secondo la sua propria natura. Di conseguenza la politica è virtuosa in quanto mediante essa si realizza il bene.

Nel modo dei Greci la politica è l’ambito della realizzazione complessiva del bene. Perché soltanto in una città buona sono possibili buoni cittadini. Pensare una vita fuori della città è inconcepibile.

Una delle ragioni fondamentali per cui Socrate si lascia uccidere, è quella di dire: “se io vado fuori dalla mia città io non vivo più, divento apolide. Un esilio perpetuo. Quindi io sto nella città, pungolo i miei cittadini, sono come un tafano, per persuadere le leggi, per cambiarle, ma non posso vivere senza leggi. Quindi la città è il luogo del bene. In quel mondo quando si diceva “bene” si capiva che cosa si volesse dire: bisogna cioè che ogni determinazione si sviluppi secondo la sua propria natura. La natura della politica è quella di permettere che i cittadini divengano filosofi”.

Per i Greci la filosofia non era una disciplina, ma era l’essenza stessa della vita,sapeva che cos’era il bene. La politica era buona e virtuosa se e solo se faceva questo. I Greci non si pongono il problema della legittimità della politica. È un problema tutto moderno questo della legittimità, della rappresentanza. Sono questioni moderne, gli antichi non le avevano. La politica era una tecnica per affermare il bene della polis. .

Aristotele Etica Nicomachea.

1. [Il bene è lo scopo].
“Si ammette generalmente che ogni tecnica praticata metodicamente, e, ugualmente, ogni azione realizzata in base a una scelta, mirino ad un bene: perciò a ragione si è affermato che il bene è “ciò cui ogni cosa tende” Ma tra i fini c’è un’evidente differenza: alcuni infatti sono attività, altri sono opere che da esse derivano. Quando ci sono dei fini al di là delle azioni, le opere sono per natura di maggior valore delle attività. E poiché molte sono le azioni, le arti e le scienze, molti sono anche i fini: infatti, mentre della medicina il fine è la salute, dell’arte di costruire navi il fine è la nave, della strategia la vittoria,dell’economia la ricchezza. Tutte le attività di questo tipo sono subordinate ad un’unica, determinata capacità: come la fabbricazione delle briglie e di tutti gli altri strumenti che servono per i cavalli è subordinata all’equitazione, e quest’ultima e ogni azione militare sono subordinate alla strategia, così allo stesso modo, altre attività sono subordinate ad attività diverse. In tutte, però, i fini delle attività architettoniche sono da anteporsi a quelli delle subordinate: i beni di queste ultime infatti sono perseguiti in vista di quei primi. E non c’ alcuna differenza se i fini delle azioni sono le attività in sé, oppure qualche altra cosa al di là di esse, come nel caso delle scienze suddette”.

2. [Il bene per l’uomo è l’oggetto della politica].
“Orbene, se vi è un fine delle azioni da noi compiute che vogliamo per se stesso, mentre vogliamo tutti gli altri in funzione di quello, e se noi non scegliamo ogni cosa in vista di un’altra (così infatti si procederebbe all’infinito, cosicché la nostra tensione resterebbe priva di contenuto e di utilità), è evidente che questo fine deve essere il bene, anzi il bene supremo. E non è forse vero che anche per la vita la conoscenza del bene ha un grande peso, e che noi, se, come arcieri, abbiamo un bersaglio, siamo meglio in grado di raggiungere ciò che dobbiamo? Se è così, bisogna cercare di determinare, almeno in abbozzo,che cosa mai esso sia e di quale delle scienze o delle capacità sia l’oggetto. Si ammetterà che appartiene alla scienza più importante, cioè a quella che è architettonica in massimo grado. Tale è, manifestamente, la politica. Infatti, è questa che stabilisce quali scienze è necessario coltivare nelle città, e quali ciascuna classe di cittadini deve apprendere, e fino a che punto; e vediamo che anche le più apprezzate capacità, come, per esempio, la strategia, l’economia, la retorica, sono subordinate ad essa. E poiché è essa che si serve di tutte le altre scienze e che stabilisce, inoltre, per legge che cosa si deve fare, e da quali azioni ci si deve astenere, il suo fine abbraccerà i fini delle altre, cosicché sarà questo il bene per l’uomo”. “Infatti, se anche il bene è il medesimo per il singolo e per la città, è manifestamente qualcosa di più grande e di più perfetto perseguire e salvaguardare quello della città: infatti, ci si può, sì, contentare anche del bene di un solo individuo,ma è più bello e più divino il bene di un popolo, cioè di intere città. La nostra ricerca mira appunto a questo, dal momento che è una ricerca politica”.

Aristotele nell’Etica Nicomachea suddivide le virtù in due classi: dianoetiche ed etiche.

Le virtù dianoetiche sono cinque:

  • la scienza
  • la sapienza
  • l’arte
  • la saggezza o prudenza
  • l’intelligenza

Le virtù dianoetiche sono quelle più elevate, legate al pensiero ed all’intelletto, e traggono in buona parte la propria origine e crescita dall’insegnamento. Sono contrapposte invece a quelle etiche, legate al carattere ed alla morale, derivanti dall’abitudine.

Virtù etiche sono dieci.

  • Coraggio: giusto mezzo fra viltà e temerarietà;
  • Temperanza: giusto mezzo tra intemperanza e insensibilità;
  • Generosità: giusto mezzo fra avarizia e prodigalità;
  • Magnificenza: giusto mezzo fra volgarità e grettezza d’animo;
  • Magnanimità: giusto mezzo tra la vanità e l’umiltà;
  • Mitezza: giusto mezzo tra l’iracondia e l’eccessiva flemma;
  • Amabilità: giusto mezzo tra misantropia e compiacenza;
  • Sincerità: giusto mezzo tra l’ironia e la vanità;
  • Arguzia: giusto mezzo tra la buffoneria e la rusticità;
  • La virtù principale: La giustizia, (a cui sarà dedicato l’intero libro quinto).

Le virtù etiche non si possiedono per natura, anche se l’uomo ha dimostrato di avere la capacità di acquisirle, e vengono individuate soltanto in base ad azioni di una certa qualità, che consiste nella disposizione a scegliere “il giusto mezzo” fra i due estremi.

Libro V ( in estratto) 

[La giustizia come reciprocità. La moneta].
Ma alcuni ritengono che anche la reciprocità sia giustizia in senso generale, come dicevano i Pitagorici;essi, infatti, definivano il giusto in generale come il ricevere da un altro quello che gli si è fatto subire. Ma la nozione di reciprocità non si adatta né alla giustizia distributiva né a quella correttiva, benché si voglia che questo significhi anche la giustizia di Radamante:”se uno subisse ciò che ha fatto, giudizio retto sarebbe” . In molti casi, infatti, giustizia e reciprocità sono in disaccordo. Esempio: se è uno che ha una carica pubblica che picchia, non deve essere picchiato a sua volta, e se è un privato che picchia un magistrato,non solo deve essere picchiato, ma ulteriormente punito. Inoltre, c’è molta differenza tra l’atto volontario e l’atto involontario. Nelle comunità, poi, in cui avvengono degli scambi è questo tipo di giustizia che tiene uniti, la reciprocità secondo una proporzione, e non secondo stretta uguaglianza. Infatti, è col contraccambiare proporzionalmente che la città sta insieme. Gli uomini, infatti, cercano di rendere o male per male (se no,pensano che la loro sia schiavitù), o bene per bene (se no, non c’è scambio, e, invece, è per lo scambio che stanno insieme). [……] Bisogna, dunque, che il rapporto che c’è tra un architetto e un calzolaio ci sia anche tra un determinato numero di scarpe e una casa o un alimento. Infatti, se questo non avviene, non ci sarà scambio né comunità. E questo non si attuerà, se i beni da scambiare non sono in qualche modo uguali. Bisogna, dunque, che tutti i prodotti trovino la loro misura in una sola cosa, come abbiamo detto prima. E questo in realtà è il bisogno, che unifica tutto: se gli uomini, infatti, non avessero bisogno di nulla, o non avessero gli stessi bisogni, lo scambio non ci sarebbe o non sarebbe lo stesso. E come mezzo di scambio per soddisfare il bisogno è nata, per convenzione, la moneta. [……] Ci sarà, dunque, reciprocità, quando si sarà proceduto alla parificazione, cosicché il rapporto tra un contadino e un calzolaio sarà uguale al rapporto tra il prodotto del calzolaio e quello del contadino. Ma non bisogna mettere i termini in forma di proporzione quando lo scambio è avvenuto (se no, uno dei due estremi avrà entrambi i vantaggi), ma quando ciascuno ha ancora i propri prodotti. Così essi sono uguali ed in comunità di scambio, perché nel loro caso questa uguaglianza può verificarsi. [……] Qui,dunque, bisogna che sia stabilita un’uguaglianza . Per lo scambio futuro, se al presente non si ha bisogno di nulla, la moneta è per noi una specie di garanzia che esso sarà possibile, se ce ne sarà bisogno, giacché deve essere possibile a chi porta moneta ricevere ciò di cui ha bisogno. [……] Dunque, la moneta, come misura, parifica le merci, perché le rende fra loro commensurabili: infatti, non ci sarebbe comunità senza scambio, né scambio senza parità, né parità senza commensurabilità.[……] Ma che così lo scambio fosse possibile anche prima che ci fosse la moneta, è chiaro: non c’è, infatti, alcuna differenza tra dare per una casa cinque letti o il valore di cinque letti in moneta.Che cosa è l’ingiusto e che cosa il giusto si è detto. Dalle distinzioni fatte risulta chiaro che l’agire giustamente è la via di mezzo tra commettere e subire ingiustizia: commettere ingiustizia significa avere di più, subirla significa avere di meno. [……]. Nell’atto ingiusto avere la parte minore è subire ingiustizia, avere la parte maggiore è commettere ingiustizia.

IN CONCLUSIONE.

  • Il finanziamento ai partiti è sicuramente un atto democratico nell’interesse della comunità.Lo stesso però non deve eccedere il senso di giustizia della polis nella ridistribuzione delle risorse scarse.
  • La politica è essenzialmente una tecnica, con questo termine oggi si intende  “esperto e specializzato in un determinato settore sia che riguardi la scienza, una disciplina o un’arte nella loro esecuzione pratica”. I professionisti della politica devono disporre: della “tecnica politica” al fine di attuare l’atto di “giustizia politico” che è il bene supremo nell’interesse della comunità e il fine ultimo della buona politica dal punto di vista dei “corpi sociali” che rappresentano.
In una moderna società capitalista che si basa sugli scambi economici, uno dei fini principali della politica diventa la piena occupazione, in quanto: è veicolo necessario per l’attuazione dello scambio giusto fra lavoro e salario monetario,  come abbiamo visto la moneta è unità di misura che parifica le merci, e le rende fra loro commensurabili, infatti come già aveva intuito Aristotele “non ci sarebbe comunità senza scambio, ne scambio senza parità, ne parità senza commensurabilità.”

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NOTE:

1) Aristotele Etica Nicomachea (ebook)

Libro V

[La giustizia come reciprocità. La moneta] (passaggio completo).
Ma alcuni ritengono che anche la reciprocità sia giustizia in senso generale, come dicevano i Pitagorici;essi, infatti, definivano il giusto in generale come il ricevere da un altro quello che gli si è fatto subire. Ma la nozione di reciprocità non si adatta né alla giustizia distributiva né a quella correttiva, benché si voglia che questo significhi anche la giustizia di Radamante:”se uno subisse ciò che ha fatto, giudizio retto sarebbe” .In molti casi, infatti, giustizia e reciprocità sono in disaccordo. Esempio: se è uno che ha una carica pubblica che picchia, non deve essere picchiato a sua volta, e se è un privato che picchia un magistrato,non solo deve essere picchiato, ma ulteriormente punito. Inoltre, c’è molta differenza tra l’atto volontario e l’atto involontario.Nelle comunità, poi, in cui avvengono degli scambi è questo tipo di giustizia che tiene uniti, la reciprocità secondo una proporzione, e non secondo stretta uguaglianza. Infatti, è col contraccambiare proporzionalmente che la città sta insieme. Gli uomini, infatti, cercano di rendere o male per male (se no,pensano che la loro sia schiavitù), o bene per bene (se no, non c’è scambio, e, invece, è per lo scambio che stanno insieme). Ed è per questo che costruiscono un tempio alle Grazie in luogo dove sia sempre sotto gli occhi, per stimolare alla restituzione, giacché questo è proprio della gratitudine: si deve rendere il contraccambio a chi è stato gentile con noi, cioè prendere noi stessi l’iniziativa di essere a nostra volta gentili. Ciò che rende la restituzione conforme alla proporzione è la congiunzione in diagonale. Sia A un architetto, B un calzolaio, C una casa, D una scarpa. Posto questo, bisogna che l’architetto riceva dal calzolaio il prodotto del suo lavoro e che dia a lui in cambio il prodotto del proprio. Quando, dunque, prima si sia determinata l’uguaglianza proporzionale e poi si realizzi la reciprocità,si verificherà ciò che abbiamo detto.Se no, lo scambio non è pari e non si costituisce: niente, infatti,impedisce che il prodotto dell’uno valga di più di quello dell’altro: bisogna, dunque, che il loro valore venga parificato. E questo vale anche per le altre arti: esse infatti resterebbero distrutte se ciò che produce la parte attiva in quantità ed in qualità non fosse ricevuto nella medesima quantità e con la medesima qualità dalla parte passiva. Infatti, non è tra due medici che nasce una comunità di scambio, ma tra un medico e un contadino, ed in generale tra individui differenti, non uguali: ma questi devono venire parificati. È per questo che le cose di cui vi è scambio devono essere in qualche modo commensurabili. A questo scopo è stata introdotta la moneta, che, in certo qual modo, funge da termine medio: essa, infatti, misura tutto, per conseguenza anche l’eccesso e il difetto di valore, quindi anche quante scarpe equivalgono ad una casa o ad una determinata quantità di viveri. Bisogna, dunque, che il rapporto che c’è tra un architetto e un calzolaio ci sia anche tra un determinato numero di scarpe e una casa o un alimento. Infatti, se questo non avviene, non ci sarà scambio né comunità. E questo non si attuerà, se i beni da scambiare non sono in qualche modo uguali. Bisogna, dunque, che tutti i prodotti trovino la loro misura in una sola cosa, come abbiamo detto prima. E questo in realtà è il bisogno, che unifica tutto: se gli uomini, infatti, non avessero bisogno di nulla, o non avessero gli stessi bisogni, lo scambio non ci sarebbe o non sarebbe lo stesso. E come mezzo di scambio per soddisfare il bisogno è nata, per convenzione, la moneta.E per questo essa ha il nome di novmisma [moneta], perché non esiste per natura ma per novmo” [legge] , e perché dipende da noi cambiarne il valore o renderla senza valore. Ci sarà, dunque, reciprocità, quando si sarà proceduto alla parificazione, cosicché il rapporto tra un contadino e un calzolaio sarà uguale al rapporto tra il prodotto del calzolaio e quello del contadino. Ma non bisogna mettere i termini in forma di proporzione quando lo scambio è avvenuto (se no, uno dei due estremi avrà entrambi i vantaggi), ma quando ciascuno ha ancora i propri prodotti. Così essi sono uguali ed in comunità di scambio, perché nel loro caso questa uguaglianza può verificarsi. Sia A un contadino, C dei viveri, B un calzolaio, ed il suo prodotto uguagliato a C sia D: ma, se non fosse possibile realizzare la reciprocità in questo modo, non ci sarebbe neppure una comunità di scambio. Che sia, poi, il bisogno che unifica come se fosse qualcosa di unico ed unitario, lo mette in evidenza il fatto che se gli uomini non hanno bisogno l’uno dell’altro, le due parti, o una sola delle due, non ricorrono allo scambio, come nel caso in cui uno ha bisogno di ciò che lui stesso possiede, per esempio di vino, mentre gli offrono la possibilità di esportare frumento. Qui,dunque, bisogna che sia stabilita un’uguaglianza . Per lo scambio futuro, se al presente non si ha bisogno di nulla, la moneta è per noi una specie di garanzia che esso sarà possibile, se ce ne sarà bisogno, giacché deve essere possibile a chi porta moneta ricevere ciò di cui ha bisogno. Anche la moneta subisce il medesimo inconveniente, quello di non avere sempre il medesimo potere di acquisto; tuttavia, tende piuttosto a rimanere stabile. È per questo che tutte le merci devono essere valutate in moneta: così,infatti, sarà sempre possibile uno scambio, e, se sarà possibile lo scambio, sarà possibile anche la comunità. Dunque, la moneta, come misura, parifica le merci, perché le rende fra loro commensurabili: infatti, non ci sarebbe comunità senza scambio, né scambio senza parità, né parità senza commensurabilità.In verità,sarebbe impossibile rendere commensurabili cose tanto differenti,ma ciò è possibile in misura sufficiente in rapporto al bisogno. Per conseguenza, ci deve essere una unità, ma questa c’è per convenzione: perciò si chiama nomisma [moneta], perché è questa che rende tutte le cose commensurabili:tutto, infatti, si misura in moneta. Sia A una casa, B dieci mine, C un letto. A è la metà di B, se la casa vale cinque mine, cioè è uguale a cinque mine; il letto C, poi, vale un decimo di B: è chiaro allora quanti letti sono uguali ad una casa: cinque. Ma che così lo scambio fosse possibile anche prima che ci fosse la moneta, è chiaro: non c’è, infatti, alcuna differenza tra dare per una casa cinque letti o il valore di cinque letti in moneta.Che cosa è l’ingiusto e che cosa il giusto si è detto. Dalle distinzioni fatte risulta chiaro che l’agire giustamente è la via di mezzo tra commettere e subire ingiustizia: commettere ingiustizia significa avere di più, subirla significa avere di meno.La giustizia è una specie di medietà, ma non allo stesso modo delle altre virtù, bensì perché essa aspira al giusto mezzo, mentre l’ingiustizia mira agli estremi. La giustizia è la disposizione secondo la quale l’uomo giusto è definito come uomo portato a compiere, in base ad una scelta, ciò che è giusto, e a distribuire sia tra se stesso e un altro, sia tra due altri, non in modo da attribuire a se stesso la parte maggiore e al prossimo la parte minore del bene desiderato (o viceversa nel caso di qualcosa di dannoso), ma da attribuire a ciascuno una parte proporzionalmente uguale, e da procedere allo stesso modo anche quando si tratta di farlo tra altre persone. L’ingiustizia, invece, è la disposizione secondo la quale l’ingiusto è definito come il contrario del giusto. E l’ingiusto è eccesso e difetto di ciò che è vantaggioso o dannoso in violazione della proporzione. Per questo l’ingiustizia è eccesso e difetto, perché essa produce eccesso e difetto: quando uno è coinvolto nella distribuzione, essa produrrà per lui un eccesso di ciò che in generale è vantaggioso e difetto di ciò che è dannoso; quando la distribuzione è tra due altri il totale è lo stesso, ma la violazione della proporzione può avvenire a favore dell’uno o a favore dell’altro. Nell’atto ingiusto avere la parte minore è subire ingiustizia, avere la parte maggiore è commettere ingiustizia. Si consideri in questo modo concluso il discorso su giustizia e ingiustizia,su quale sia la natura di ciascuna delle due, e, parimenti, sul giusto e l’ingiusto in generale.

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