Crisi: Al G8 viene “bocciata” la politica della Merkel

Fonte: BNL Focus n.20 del 18 maggio 2012
In Italia a marzo la produzione industriale è scesa su base annua per il settimo mese consecutivo. Per trovare un periodo così lungo di flessione occorre tornare indietro al periodo peggiore della crisi, quando i mesi consecutivi di calo furono venti. Nel tessile, chimica e legno, carta e stampa la produzione industriale registra variazioni annue negative da 15 mesi. A marzo la produzione industriale è risultata in calo anche in Spagna (-7,5%), Francia (-1,2%), Irlanda e Paesi Bassi (-3,2 e -3,5% rispettivamente), mentre in Germania è salita dell’1,4% a/a, un dato superiore alle attese.

L’industria in Italia è il comparto che a partire dall’avvio della scorsa recessione ha contribuito in modo più consistente al calo dell’occupazione complessiva:333.300 dei 443mila posti di lavoro persi tra il II trimestre 2008 e il IV 2011. Come conseguenza, il peso dell’industria sul totale degli occupati è sceso, arrivando al 20,4%. In generale, posto pari a 100 il valore dell’indice destagionalizzato della produzione di aprile 2008 (mese cui può esser fatto risalire l’avvio della precedente recessione), a marzo 2012 nessun settore risultava aver recuperato tale livello, neanche la farmaceutica e l’alimentare,che pure nel corso del periodo peggiore della crisi 2008-2009 avevano tenuto i livelli produttivi. Il valore più basso si registra nella fabbricazione di mezzi di trasporto e di apparecchi elettrici, che presentano un ritardo di 35 punti percentuali circa. Molto lontana dai livelli pre-crisi risulta anche la produzione di materie plastiche, metalli e minerali non metalliferi.

La capacità dell’industria tedesca di recuperare il livelli produttivi precedenti la recessione del 2008-2009 in un tempo relativamente breve affonda le radici lontano nel tempo e vede nella qualificazione dell’istruzione dei giovani un tassello fondamentale. All’indomani dell’unificazione, durante la peggiore recessione del dopoguerra, e con 500mila posti di lavoro persi l’industria tedesca ha esternalizzato alcune produzioni verso l’Est Europa alla ricerca di un minore costo del lavoro, ma soprattutto ha colto l’occasione per una riforma complessiva delle relazioni industriali che ha visto nella qualificazione dell’istruzione dei giovani un tassello fondamentale.

La Germania mantiene oggi pressoché inalterata la sua quota sulla produzione industriale della Ue-27 rispetto a dieci anni fa (21%), una prima posizione cui seguono a distanza Francia (15,4%, dato relativo al 2010) e Italia (12,2%, in flessione dal 13,6% del 2001). Nell’area euro questi tre paesi realizzano il 66% della produzione complessiva, con la Germania da sola a coprire il 28,4%.

Riflessione.
Con i dati che ho riportato sopra estratti dal focus di BNL e integrati con  grafici di post precedenti,sembrerebbe del tutto logico che la Germania chieda il rigore dei bilanci pubblici e mantenga una posizione conservatrice di fronte a una crisi che non sembra in effetti interessarla.

Va detto, che il miracolo teutonico è frutto di una svalutazione monetaria mascherata dell’euro accompagnata da un eccessivo  sfruttamento della forza lavoro,il 5,4% dell’occupazione tedesca è sottoccupata (vedi tabella) un dato nettamente superiore alle maggiori economie della UE. A questo punto è ovvio che quello che va bene per la Germania non va certamente bene per le altre economie industrializzate all’interno della UE.Mentre sono chiare,anche se non condivisibili le politiche della Merkel, cominciano a deliniarsi le politiche di Hollande che non intende sottoporre i lavoratori Francesi alle purghe liberiste, non è invece altrettanto chiaro cosa voglia fare il governo Italiano composto da economisti da lavagna, l’entusiasmo per l’incarico al Prof. Monti ha portato il PD a perdere la bussola della politica-economica approvando con una maggioranza bulgara la modifica costituzionale per l’approvazione del fiscal compact che di fatto è “l’uccisione di keynes”. Salvo poi chiedere al G8 “che dal calcolo del debito non siano computate le spese per gli investimenti e le emergenze”. Cosi come emerge contraddittorio rispetto all’agire e al sostegno politico al governo l’articolo sull’Unità di Stefano Fassina responsabile economia e lavoro del PD. Nel vortice dell’insostenibile leggerezza dell’agire della politica Italiana che “uccide” keynes,salvo poi urlare per volerlo “resuscitare” subito dopo al fine di risolvere i nostri problemi reali (che non sono quelli della Germania).

A noi cittadini visto quello che sta succedendo in Europa,di fronte all’indifferenza di banchieri e professori, non ci resta che chiedere di andare al voto democratico per chiedere con forza che la politica attui  al più presto quelle riforme necessarie e non più rinviabili per l’integrazione dell’Europea dei popoli. A tal riguardo è necessario la modifica dello statuto della BCE che deve avere i soliti obbiettivi della Federal Reserve, il cui compito è: quello di vigilare sull’inflazione, sull’occupazione e può intervenire direttamente sul mercato primario per l’acquisto dei titoli di Stato andati invenduti. L’intervento sul mercato primario per l’acquisto dei titoli di Stato invenduti da parte di una banca centrale,assolve al compito di mantenere basso il tasso di interesse da pagare sui titoli, evitando l’eccessiva speculazione finanziaria. Col tempo comunque andranno eliminate anche tutte quelle divergenze che impediscono all’Europa di essere un’area valutaria ottimale.

PS: Il Prof.Giacomo Vaciago sul sole24ore in un articolo dal titolo “La produttività non il debito è il vero frenoha scritto:Avere all’Eliseo qualcuno che crede alla necessità della crescita, e che anche a tal fine valuta il ruolo dell’euro, è una novità da salutare in modo molto positivo. Perché ci aiuta a uscire dall’alternativa infruttuosa in cui ci eravamo cacciati tra “austerità virtuosa” alla tedesca e spesa-pubblica-inutile alla Keynes. Dall’autunno scorso, con Draghi a Francoforte e poi con Monti a Roma, si è fatta strada una terza via: intermedia tra il pessimismo keynesiano e l’ottimismo dei classici; secondo la quale una credibile “disciplina” (il “fiscal compact” come insieme di regole, prima ancora dei suoi contenuti) riduce il costo di quel minimo di austerità che la crisi – proprio perché causata da un debito (privato e/o pubblico) eccessivo – comunque impone. E la crescita può e deve essere sicuramente ottenuta, con le appropriate politiche, giocate più dal lato dell’offerta (da rendere più efficiente) che da quello della domanda. È evidente che in questo caso il Keynes evocato è più quello della “trappola della liquidità ” che quello che propone di scavare buche inutili pur di ridurre la disoccupazione. È una terza via di grande buon senso. L’austerità sia praticata riducendo gli sprechi e non aumentando le tasse sui fattori produttivi (lavoro e capitale). E la crescita sia perseguita stimolando la realizzazione di infrastrutture utili e una innovazione che aumenta l’efficienza e quindi la competitività. Di grande buon senso, a parole, che non a caso ben figura nei discorsi di Draghi prima in Banca d’Italia e oggi a Francoforte. Ma non per questo facile da realizzare politicamente a Roma, ancor prima che a Parigi e a Berlino.”

Ci dispiace per il Prof.Vaciago docente di economia politica all’Università Cattolica di Milano, ma non esiste nessuna terza via intermedia visto che è proprio di buon senso che parla keynes nel capitolo VI della TG la dove: il riempir bottiglie di banconote da dover sotterrare in miniere esaurite, da dare in concessione mediante gara pubblica era auspicabile solo se la burocrazia bloccava investimenti utili alla collettività.In effetti aggiunge keynes “sarebbe più auspicabile costruire case o cose simili”.E’ infantile attribuire a keynes concetti a cui keynes non ha mai pensato. La spiegazione mediante paradossi estremi per combattere il male del secolo la disoccupazione involontaria è e rimane un paradosso,come quello di M.Friedman che affermava: nei casi di stagnazione economica e con tassi uguali allo zero,per evitare la recessione bisogna “regalare $ all’angolo delle strade” o quella di B.Bernanke che invece li “getta con l’elicottero”. NESSUNA PERSONA ONESTA INTELLETTUALMENTE PRENDE SUL SERIO QUESTI PARADOSSI CHE SONO STATI UTILIZZATI COME MESSAGGIO PER INDICARE IL PROBLEMA ECONOMICO.

E’ pietoso il fatto: che i liberisti non prendano atto che sono le loro idee ad averci portato dritti dritti in questa crisi globale, e guarda caso,per risolverla si inventano terze vie finora inesistenti per loro, segno evidente che parlano di keynes senza mai averlo letto.

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