Crisi: Le società partecipate.

Fonte in estratto: La Stampa.it

Il numero di società partecipate presenti nelle regioni italiane arriva a 3.127.

Inutili sono sempre gli altri. Così l’Unione delle Province Italiane è passata all’attacco, contro chi ciclicamente tira fuori la loro abolizione come simbolo del contenimento dei costi della politica. E lo fa comprando una pagina di pubblicità su due quotidiani e rivolgendosi direttamente al presidente del Consiglio, Mario Monti.

Così sul banco degli imputati finiscono i 3.127 «enti strumentali» cioè società, consorzi di regioni, province e Comuni ai quali, secondo l’Unione delle Province Italiane, si potrebbe dare una bella sforbiciata per tagliare la spesa. E sul fatto che si tratti di un risparmio sostanzioso non ci sono dubbi: allo Stato costano 7 miliardi di euro l’anno.

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L’elenco completo delle aziende partecipate

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La questione delle aziende a partecipazione pubblica è spinosa dal punto di vista politico.

Da una parte, c’è la sintesi liberista che afferma che il privato è sempre più efficiente del pubblico e che determinati servizio possono essere ceduti ai privati con indubbi benefici di efficienza che si ripercuotono sul cittadino consumatore.

Dall’altra parte c’è, la sintesi di sinistra che afferma che la cessione dei beni pubblici ai privati tramite le privatizzazioni, equivale a una spoliazione di beni pubblici in favore dei privati senza vantaggi per il cittadino consumatore. A supporto di tale tesi viene affermato che la privatizzazione di servizi, che spesso operano sul mercato in forma di monopolio naturale, non produce effetti di miglioramento del servizio stesso a parità di costo, o in alternativa una riduzione dei costi a parità di servizi.

Le due tesi sono contrapposte ma entrambe fallaci e dettate più da indirizzi puramente ideologici che partici e di interesse collettivo. 

E’ vero che in Italia c’è una forte distorsione nel concepire una azienda a partecipazione pubblica, spesso si pensa che questo tipo di aziende non debba perseguire logiche di razionalità aziendale, ma più semplicemente dove mantenere rapporti consociativi sindacali mantenendo livelli di occupazione improduttivi (Il caso Alitalia fa scuola). Questo modo di interagire con le aziende partecipate ha fatto si: che la Politica partitocratica ne traesse vantaggio per se stessa, mettendo nei consigli di amministrazione e poi alla guida delle società politici espulsi dalla vera competizione politica e democratica ai quali viene concesso di poter usufruire di lauti stipendi fuori da ogni logica di merito e competenze specifiche. Questo fenomeno degenerativo, ha fatto si che la parte più liberista del paese,al fine di recidere questa commistione, affermi che il privato è meglio e più efficiente a prescindere (anche quando emette fatture alla P.A. per servizi mai fatti, o fa una macstettomia a una donna che a il seno sano al solo fine di fatturare 5.000,00 euro al servizio sanitario).

Nel 2008 (vado a memoria) il quotidiano locale (Il Tirreno) Intervistò un ex segretario provinciale ai tempi del PDS,e nel periodo dell’intervista era presidente di una municipalizzata locale (di cui non ricordo il nome). L’intervistato nel periodo in cui era segretario del PDS provinciale doveva correre per la carica di sindaco a Pisa, ma il partito decise di candidare un’altro iscritto Paolo Fontanelli (ex sindaco di Pisa e attuale On.del PD). A questo punto ci fu uno scambio, il segretario provinciale del partito fu messo a dirigere una azienda partecipata, il giornalista pose questa domanda all’intervistato “in tutta onestà lei pensa di averne avuto le competenze giuste per poter svolgere quell’incarico?”

la risposta : ” vede io dopo quell’incarico ho letto molti libri di economia”.

Riflessione, la risposta implica questo ragionamento, cari genitori,non mandate i vostri figli all’università non serve a niente,fategli fare la gavetta politica se volete garantirgli un lavoro ben pagato,la retorica della politica che sorveglia l’interesse del cittadino elettore funziona sempre e da garanzie maggiori della laurea.

NATURALMENTE NON E’ COSÌ, MANDATE I VOSTRI FIGLI ALL’UNIVERSITÀ E PRETENDETE CHE QUESTA SIA ACCESSIBILE AI MOLTI INDIPENDENTEMENTE DAL LO STATO SOCIALE DELLA FAMIGLIA, L’UNIVERSITÀ E’ UNO DEI FATTORI DI MOBILITÀ SOCIALE.

Oggi c’e’ la crisi, e questo mette a nudo molte cose, dopo la guerra fra poveri lavoratori contro altri lavoratori alla quale la partitocrazia ha assistito inerme,ora c’è la guerra fra partitocratici e partitocratici e qui visto che vengono toccati interessi personali si alzano le grida FUORI LUI E DENTRO IO.

Il compromesso possibile!

Quando avranno finito di scannarsi fra di loro, ritorna il tempo della politica con la P maiuscola, quella che dovrebbe affermare che un bene pubblico è un bene della collettività,e in quanto tale da salvaguardare con riscontri verificabili e attendibili sopratutto per quei servizi erogati in regime di monopolio. L’unico misuratore di efficienza è il profitto aziendale in linea con i settori di riferimento a parità di dimensione. COME IL PROFITTO?

Si avete capito bene,se una azienda partecipata crea profitto, è segno che è efficiente, e come ogni azienda alla fine dell’anno distribuirà i suoi dividendi agli azionisti che in questo caso sono enti pubblici, è solo quel dividendo che la politica  eletta può decidere come utilizzarlo nell’interesse della comunità. Non esiste un costo dell’acqua politico esiste un costo dell’acqua data dal servizio, ma quel costo può diventare politico per quei soggetti che hanno un reddito non adeguato riconoscendogli un indennizzo sui consumi dell’acqua, indennizzo che trova la sua copertura dai dividendi distribuiti dall’azienda partecipata.

Per gli amici più a sinistra, prima di grattarvi il capo riflettete su questo:

” In economia non esistono soluzioni diverse da quelle capitalistico Borghesi. L’unica diversità è nell’utilizzo che si fa del profitto” E. Guevara

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