Euro si! Euro no! e la disoccupazione dimenticata.

Grafico su dati mensili ISTAT

In questi giorni pre-elettorali il dibattito pubblico sui media e sui social network è tutto concentrato al cannibalismo dell’odio. Sui media i politici di fede europeista si scagliano contro chi invece vuole uscire dall’euro,sui social network economisti liberisti si scagliano contro lo Stato corrotto e sprecone, gli economisti keynesiani invece si scagliano contro lo stato che a loro dire non è sufficientemente presente nell’economia. Poi ci sono i figli di nessuno quelli che per avere ragione invitano a boicottare le votazioni per ottenere lo sfascio del sistema. In questo polpettone nessuno parla più dell’unico e vero dato che misura la profondità della crisi il livello della disoccupazione. I disoccupati e gli imprenditori che hanno dovuto dichiarare fallimento e  che spesso dalla vergogna si sono tolti la vita, sono gli unici che stanno pagando il conto di questa crisi che si protrae dal 2007.

Il dibattito in corso.

Ieri sono andato ad un incontro pubblico nel cuore della Toscana con un noto economista.

Incontro interessante, sala piena e posti in piedi. Sono andato a questo incontro, non tanto per ascoltare dal vivo l’economista invitato, conosco le sue posizioni e ho visto tutti i video che lo riguardano su YouTube,il motivo principale era quello di ascoltare le domande del pubblico dato che dai video in rete spesso non si vedono. Dal mio punto di vista, le domande del pubblico dovrebbero rappresentare i dubbi e le paure reali a cui non sappiamo dare una risposta, per questo motivo, poniamo i nostri dubbi ai tecnici con l’intento di ricevere una risposta in merito. In sintesi, come ha esordito l’organizzatore di ieri,ci sono tasselli che ancora non sono stati collocati nel Puzzle. Ma anche ieri, l’unica casella assente nel Puzzle era la disoccupazione.

INTENDIAMOCI,gli argomenti trattati di fatto sono parte integrante della crisi attuale, ma la soluzione proposta di per se non porterà l’occupazione ai livelli antecedenti la crisi. Non è una condizione sufficiente chiedere la flessibilità del cambio e il ritorno agli stati nazionali mantenendo l’europa come area di scambio delle merci.Non ci sarà mai nessuna flessibilità del cambio che da sola può reggere il differenziale sul costo del lavoro che esiste fra le Democrazie evolute,il sud del mondo e l’est Europeo; Non solo c’è un differenziale di costo lordo per dipendente che va da 4.000 euro l’anno a 40.000 mila euro l’anno, ma c’è una differenza in termini di orario di lavoro retribuito che va da 40 ore settimanali alle 60 della Cina. Per la verità, l’economista invitato ha detto che ha causa dell’aumento salariale del 30% della manodopera cinese alcune imprese americane hanno deciso di ritornare a produrre in patria (le imprese americane rientrano in patria o vanno in Messico?) lasciando intendere che la Cina non è un problema perlomeno nel lungo periodo (speriamo di arrivarci ma il punto non è questo).

In rete, ho trovato il grafico sopra che evidenzia la perdita di produzione industriale e la forchetta che si è aperta fra l’Italia e la Germania.

VA BENE TUTTO,LA GERMANIA NON E’ INTENZIONATA A COOPERARE CON L’EURO-ZONA E ADOTTA UNA POLITICA DI TIPO MERCANTILISTICO, COMPRIMENDO IL SALARIO.

Ma  rimane un dubbio, il perchè si dimentica troppo spesso che  l’11 Dicembre del 2001 sancisce l’ingresso nel WTO da parte della Cina e non è un dato insignificante se si vogliono spiegare le cause del declino industriale e delle annesse delocalizzazioni che avvengono nel nostro paese,delocalizzazioni che non è detto che vadano in Cina, dato che in Europa ci sono paesi dai bassi salari.

Nel 2013 fatto 100 il 2007 la disoccupazione sarà aumentata del 100% visto l’andamento della CIG.

Siamo tutti keynesiani? Forse a modo nostro……….

keynes

“ Supponiamo che vi siano due paesi dove i fattori della produzione abbiano esattamente la stessa efficienza e che intrattengano relazioni commerciali e finanziarie simili quelle oggi esistenti, [……].Si supponga che il partito degli alti salari ( qui Keynes intende aumento salariale a completo carico dell’imprenditore) raggiunga i suoi obbiettivi in un paese, ma non nell’altro. Ne consegue che il capitalista riceverà una più alta remunerazione del capitale investito nel paese con bassi salari. Di conseguenza preferirà investire i suoi capitali in quei paesi dove sono meglio remunerati.Ne consegue che il paese degli alti salari subirà una maggiore disoccupazione[……].In conclusione le conseguenze di una estrema libertà dei mercati che viene concessa alla finanza che investe all’estero dove viene meglio retribuito l’investimento dei capitali, a causa di una diversità storica e socioeconomica mi a sempre turbato. “ Fino a che punto è legittimo investire in paesi con condizioni socioeconomiche diverse godendo dei vantaggi dei bassi salari, aumentando e migliorando gli utili delle nostre aziende Nazionali.”J.M.K.

APPROFONDIMENTI:

Crisi:G.20,il tempo darà ragione a Keynes

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